Femminicidio in Italia: tra giustizia e rappresentazione sociale

Il femminicidio continua a rappresentare una delle più gravi emergenze sociali italiane. Secondo i dati Eures, nel 2024 sono state uccise 99 donne, un numero che conferma una tendenza costante drammatica. Molte di queste vittime erano madri, figlie, sorelle: donne uccise per motivi legati al genere, spesso da partner o ex. Per rafforzare la tutela delle vittime e colmare le lacune normative, il governo italiano ha approvato nel marzo 2025 un nuovo disegno di legge che introduce nel codice penale il reato autonomo di femminicidio. La nuova disposizione prevede l’ergastolo per chi uccide una donna in ragione del suo genere, inserendo anche obblighi più stringenti per la magistratura: il pubblico ministero dovrà ascoltare direttamente la vittima in fase di indagine, e le misure cautelari verranno applicate in tempi più rapidi. Il provvedimento si affianca al già esistente “Codice Rosso”, che garantisce priorità ai procedimenti per reati di violenza domestica e sessuale.

Il caso di Giulia Cecchettin, uccisa a 22 anni dall’ex fidanzato Filippo Turetta, ha suscitato una forte reazione collettiva. L’omicidio, avvenuto nel novembre 2023, è stato brutale: Giulia è stata colpita con almeno 75 coltellate e il suo corpo è stato abbandonato in una scarpata tra i rifiuti, dopo giorni di fuga da parte dell’imputato. La Corte d’Assise di Venezia ha condannato Turetta all’ergastolo, riconoscendo la premeditazione e lo stalking. Tuttavia, ha escluso l’aggravante della crudeltà, motivando la scelta con una distinzione giuridica precisa: per il codice penale, la crudeltà implica l’intenzione di prolungare volontariamente la sofferenza della vittima, infliggendole dolore oltre quello necessario a causarne la morte. Secondo i giudici, nel comportamento dell’imputato non vi sarebbe stata questa volontà: i numerosi colpi, pur nella loro violenza, sarebbero stati mossi dall’intento di uccidere, non di torturare. Questa interpretazione ha sollevato perplessità etiche. In molti si sono chiesti se, al di là della definizione tecnica, non si possa parlare comunque di crudeltà davanti a un simile accanimento. Il dibattito tocca un nodo delicato: il divario tra ciò che la legge riesce a definire e ciò che la coscienza collettiva percepisce come giustizia.

Pochi mesi dopo, un altro caso ha scosso l’Italia: il femminicidio di Martina Carbonaro, appena 14enne, ad Afragola. A ucciderla è stato l’ex fidanzato di 19 anni, Alessio Tucci, che l’ha colpita con una pietra alla testa, lasciandola agonizzante e poi nascondendone il corpo in un edificio abbandonato. Dopo il delitto, il giovane ha partecipato alle ricerche della ragazza, simulando preoccupazione. L’ordinanza del giudice ha descritto una scena raccapricciante: la morte di Martina è avvenuta dopo lunghi minuti di agonia. Le indagini hanno rivelato un tentativo lucido di depistaggio, oltre a un comportamento ossessivo e possessivo da parte dell’aggressore. Questo caso, oltre alla sua crudeltà intrinseca, ha aperto un’ulteriore riflessione sull’educazione sentimentale. Martina frequentava una scuola dove si promuovevano percorsi di educazione all’affettività, ma ciò non è bastato a prevenire la tragedia. Serve un cambiamento più profondo, che coinvolga famiglie, istituzioni e cultura sociale.

Un altro tema rilevante riguarda la narrazione pubblica dei femminicidi. Spesso, soprattutto nei primi giorni dopo un delitto, l’attenzione mediatica si concentra sulla nazionalità dell’autore. Quando l’assassino è straniero, la copertura mediatica è intensa e talvolta caricata di giudizi impliciti o espliciti. Quando invece l’aggressore è italiano – come nel caso di Turetta o Tucci – si assiste a una narrazione più morbida, che talvolta cerca di umanizzare l’assassino, attribuendogli fragilità psicologiche o relazionali.I dati, però, sono chiari: la stragrande maggioranza dei femminicidi in Italia è commessa da cittadini italiani. L’idea che il femminicidio sia “importato” da altre culture è infondata e pericolosa. Sposta l’attenzione dai veri nodi culturali e strutturali, e rischia di strumentalizzare il dolore delle vittime per finalità ideologiche o politiche.

I casi di Giulia Cecchettin e Martina Carbonaro, insieme alla recente normativa approvata, dimostrano che il contrasto al femminicidio richiede più della legge. Servono interventi preventivi, formazione nelle scuole, campagne di sensibilizzazione, strumenti efficaci di protezione per le vittime, ma anche un cambiamento culturale profondo. È necessario superare stereotipi, correggere narrazioni distorte e riconoscere che la violenza di genere è un problema trasversale, che riguarda uomini e donne, italiani e stranieri, giovani e adulti. Solo se la società nel suo insieme – istituzioni, media, famiglie e individui – si assumerà questa responsabilità, sarà possibile invertire una tendenza che, oggi, sembra ancora troppo radicata per essere arginata solo con le sentenze.

A peripatetiche

La notizia è recente, freschissima: giro di vite, controlli rafforzati, sanzioni anche per chi si apparta in auto o nei

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