Ottant’anni sono passati, ma il sangue versato nella notte tra il 6 e il 7 luglio 1945, a Schio, non ha smesso di parlare. È una storia che brucia ancora, che divide, che scava solchi nella memoria di una città e di un Paese. Schio, la cittadina operosa della Val Leogra, incastonata tra le montagne vicentine, porta il peso di quella strage come una cicatrice che non si rimargina. Non è solo il ricordo dei 54 morti e dei 15 feriti, ammazzati a colpi di mitra in una prigione stipata di fascisti, presunti tali, o semplici sventurati finiti nel tritacarne della vendetta. È il racconto di un’Italia che, a guerra finita, non trovava pace, ma si dibatteva in una furia cieca, in una resa dei conti che mescolava giustizia e barbarie.

Era l’estate del ’45, e l’Italia usciva da vent’anni di dittatura, da una guerra mondiale e da una guerra civile che avevano spezzato il Paese in due. A Schio, come altrove, il 25 aprile non aveva chiuso i conti. La Liberazione aveva portato la fine del fascismo e dell’occupazione tedesca, ma non la fine dell’odio. Le strade della cittadina erano ancora piene di fantasmi: i partigiani torturati dalle Brigate Nere, i civili massacrati nelle rappresaglie naziste a Pedescala e Forni, i deportati che tornavano dai campi di sterminio come William Pierdicchi, ridotto a un’ombra di 38 chili. La rabbia ribolliva, e il carcere di via Baratto, un budello di celle e stanzoni, era diventato il simbolo di un’attesa insopportabile. Dentro, un’umanità varia: fascisti veri, collaborazionisti, ma anche innocenti, vittime di denunce anonime, di vecchi rancori, di errori. Operai, casalinghe, impiegati, un primario d’ospedale, un farmacista, una donna di 68 anni, Elisa Stella, finita lì per una disputa d’affitto con un inquilino che si era fatto partigiano.
Quella notte, la città dormiva sotto un cielo caldo, con le radio che sparavano canzoni allegre dalle case vicine al carcere. I detenuti, un centinaio, erano stipati come bestiame, chi sui pagliericci, chi in piedi, chi già perso nei sogni o nelle paure. Nessuno si aspettava che la porta si sarebbe spalancata, che una dozzina di ex partigiani, reduci delle Brigate Garibaldi, avrebbe fatto irruzione. Erano giovani, molti di loro, con il volto segnato dalla guerra e dalla perdita di compagni. Portavano mitra e pistole, ma soprattutto portavano la furia di chi aveva visto troppo: i rastrellamenti, le torture, i roghi di Pedescala. Non ci fu processo, non ci fu selezione. Tentarono, forse, di distinguere i “grossi” dai “piccoli”, i colpevoli veri da chi era lì per caso, ma il tempo era poco, la rabbia troppa. Alle 23 in punto, o poco dopo, il carcere si trasformò in un mattatoio. Spari, urla, corpi che cadevano. Cinquantaquattro morti, tra cui donne, giovani, anziani. Quindici feriti, alcuni destinati a morire nei giorni successivi, come Giulio Vescovi, ex commissario prefettizio, la cui fine, ufficialmente “naturale”, alimentò voci di un lavoro completato in ospedale.

La strage di Schio non fu un episodio isolato. Era il frutto di un’Italia spezzata, dove la guerra civile aveva lasciato ferite che nessuna amnistia poteva sanare. Il Partito Comunista Italiano e la Camera del Lavoro condannarono l’atto, un’eccezione rispetto al silenzio che spesso avvolgeva le vendette postbelliche. Ma la condanna non fermò la fuga dei responsabili: molti trovarono rifugio in Jugoslavia o in Cecoslovacchia, protetti da reti che il PCI aveva tessuto per salvare i suoi. I processi, condotti dagli Alleati e poi dalle autorità italiane, portarono a condanne pesanti: ergastoli, qualche pena di morte mai eseguita. Ruggero Maltauro, detto “Attila”, fu l’unico a scontare una parte della pena, estradato da Tito dopo la rottura con il Cominform. Altri, come Pietro Bolognesi, accusato di essere il mandante, furono assolti per insufficienza di prove. Nel 1956, a Vicenza, l’ultimo processo chiuse la vicenda giudiziaria, ma non la memoria.
Schio si divise, allora come oggi. C’era chi vedeva nell’eccidio un atto di giustizia, la risposta inevitabile agli orrori del fascismo e della guerra. C’era chi, invece, piangeva i morti come vittime di una violenza cieca, di una “giustizia partigiana” che aveva colpito senza discernimento. Le famiglie delle vittime, riunite prima in comitato e poi in associazione, hanno tenuto viva la memoria, mentre ogni anno, a luglio, gruppi neofascisti arrivano in città per commemorare i caduti, scatenando proteste e contromanifestazioni. L’ANPI, le associazioni partigiane, i sindacati, i centri sociali si oppongono, gridando che non c’è spazio per chi celebra il fascismo in una città che ha pagato un prezzo altissimo alla Resistenza. Nel 2005, un tentativo di riconciliazione, la “Dichiarazione sui valori della concordia civica”, firmata dal sindaco Luigi Dalla Via, dai familiari delle vittime e dall’ANPI, ha provato a costruire un ponte. Ma la memoria condivisa resta un miraggio: troppo profonde le ferite, troppo diverse le letture di quella notte.

Ottant’anni dopo, Schio è ancora sospesa. La strage di via Baratto non è solo un fatto storico, ma un monito. Racconta un’Italia che, dopo la Liberazione, non seppe fermarsi, che lasciò che il sangue chiamasse altro sangue. È la storia di un Paese che, in nome della giustizia, commise ingiustizie, e che ancora oggi fatica a guardarsi nello specchio senza scegliere un lato della barricata. I nomi delle vittime – Teresa Amadio, Michele Arlotta, Irma Baldi, e tutti gli altri – sono scolpiti nella memoria della città, ma anche in quella di un’Italia che non ha mai fatto del tutto pace con se stessa. E mentre le montagne della Val Leogra guardano silenziose, la domanda resta: quando impareremo a ricordare senza odiare?









