La Sinistra e la sicurezza. Storia di un rapporto mai nato

Nel mondo moderno, la sicurezza si è trasformata in una merce tra le più ambite e scarse, desiderata con la stessa intensità con cui si teme la sua assenza. La promessa della sicurezza – personale, economica, esistenziale – è diventata il nuovo oppio dei popoli, e come ogni merce nel mercato, essa si vende e si compra, si invoca e si simula, si brandisce come arma politica più che si costruisce come diritto. In questo contesto, la sinistra, o ciò che di essa rimane nella postmodernità frammentata, si trova in affanno, incapace di articolare una risposta coerente e comprensibile alla richiesta sempre più ansiosa di protezione che proviene dalla società.

Oggi nulla è stabile, nulla è garantito. Il lavoro è precario, le relazioni sono fragili, le istituzioni sono distanti. Gli individui si percepiscono soli di fronte a minacce che non comprendono fino in fondo ma che sentono come incombenti: il migrante, il vicino diverso, il quartiere degradato, la crisi economica, la pandemia, la guerra. Tutto concorre a creare una condizione di insicurezza ontologica, una sensazione diffusa che il mondo non sia più un luogo affidabile.

La destra ha saputo intercettare questa ansia e tradurla in parole semplici, in slogan: muri, confini, ordine, polizia, tolleranza zero. Non si tratta di offrire soluzioni durature, bensì rassicurazioni immediate, gesti simbolici, un’estetica del controllo che funziona sul piano emotivo prima ancora che su quello pratico. In questo gioco di specchi, la sinistra si è trovata spiazzata, perché il suo linguaggio, intriso di complessità, di diritti, di inclusione, non trova più udienza in una società che chiede protezione, non riflessione.

La sinistra storica nasce per dare voce agli esclusi, ai vulnerabili, a coloro che non avevano né potere né rappresentanza. La sua missione etica e politica era quella di costruire una società più giusta, più equa, fondata su una solidarietà tra simili e su istituzioni capaci di redistribuire risorse e opportunità. Ma la sicurezza, così come la intendiamo oggi, non era al centro di questo progetto. La sinistra ha sempre diffidato della parola “ordine”, associandola al dominio, all’autoritarismo, alla conservazione dei privilegi. Tuttavia, nel passaggio alla modernità liquida, la sicurezza si è sganciata dall’autoritarismo e si è risignificata come bisogno di protezione contro la vulnerabilità diffusa. I nuovi esclusi non sono più soltanto i lavoratori, ma anche i cittadini comuni smarriti nel caos del mondo globale, minacciati da ciò che è fuori controllo. La sinistra, restando fedele a un immaginario novecentesco, non è riuscita a riconoscere che la richiesta di sicurezza non è necessariamente reazionaria, ma può essere espressione di fragilità, di richiesta di cura.

La sinistra si trova così prigioniera di una tensione irresolvibile: da un lato vuole accogliere, dall’altro teme di perdere il consenso di chi percepisce l’accoglienza come una minaccia. Vuole proteggere i diritti dei più deboli, ma non riesce a distinguere tra protezione e repressione. In nome della libertà, rifiuta il linguaggio securitario; in nome della giustizia, si astiene dal parlare di ordine. Eppure, in una società dove lo Stato è sempre più assente e il mercato regna sovrano, la sicurezza diventa uno dei pochi ambiti in cui si percepisce ancora un senso di autorità pubblica. Rinunciare a questo tema significa cedere un altro pezzo di spazio alla destra, che se ne appropria con disinvoltura.

C’è anche un altro nodo da sciogliere. La sinistra è spesso prigioniera di un’etica della coerenza, per cui ogni proposta deve essere perfettamente allineata con i principi ideali. Ma nella realtà contemporanea, ciò che conta non è la coerenza astratta, bensì la capacità di affrontare le contraddizioni della vita concreta. La sicurezza è un tema intrinsecamente ambiguo: proteggere qualcuno significa spesso escludere qualcun altro; garantire diritti a un gruppo può apparire come una sottrazione per un altro. La destra cavalca questa ambiguità con spregiudicatezza; la sinistra, invece, la teme, e per questo tace o balbetta.

Eppure, una sinistra capace di reinventarsi dovrebbe partire proprio da qui: dalla consapevolezza che la sicurezza non può essere lasciata alla retorica dell’esclusione. Essa dovrebbe riappropriarsi del tema come cura collettiva, come protezione dai rischi sistemici – ambientali, sanitari, economici – che minacciano i più deboli. Una sicurezza che non si fonda sul controllo dell’altro, ma sulla costruzione di legami, sulla rigenerazione degli spazi urbani, sull’educazione, sulla prossimità, sulla presenza dello Stato dove oggi ci sono solo algoritmi e telecamere.

Zygmunt Bauman ci ha insegnato che nella modernità liquida non esistono soluzioni solide, ma solo strategie temporanee, adattive, umane. La sinistra non troverà risposte definitive al tema della sicurezza, ma potrà forse trovare un modo di abitarlo, di accoglierlo senza tradire sé stessa. Per farlo, deve abbandonare la nostalgia per il passato e il timore del presente, e cominciare a parlare di sicurezza non come un tabù, ma come un diritto da democratizzare. Solo allora potrà tornare a essere credibile in un mondo dove la paura ha preso il posto della speranza.

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