Vicenza, città di una certa sobria compostezza veneta, si è lanciata in un gesto che sa di idealismo militante: il Consiglio comunale, con una mozione a maggioranza, ha chiesto al governo italiano di riconoscere lo Stato di Palestina. I consiglieri di centrosinistra, con il loro carico di buone intenzioni, hanno voluto piantare una bandiera simbolica, invocando pace, giustizia e la formula sacra dei “due popoli, due Stati”. È un atto che si inserisce in un filone più ampio, quello di enti locali e parlamenti che, in Italia e in Europa, spingono per un riconoscimento formale della Palestina come Stato sovrano. Ma, come spesso accade quando l’idealismo si scontra con la realtà, il gesto di Vicenza rischia di essere un esercizio retorico, nobile quanto si vuole, ma privo di quel rigore che la politica esige.
La mozione si fonda su una premessa totalmente condivisibile: il conflitto israelo-palestinese è una ferita aperta, un dramma che da settant’anni sanguina e che, dopo il 7 ottobre 2023, ha raggiunto picchi di orrore. I firmatari denunciano le violazioni del diritto internazionale, i bombardamenti su Gaza, il blocco degli aiuti umanitari, le violenze dei coloni in Cisgiordania. Chiedono al governo Meloni di allinearsi a quei 146 Paesi – tra cui Spagna, Irlanda, Norvegia e Slovenia – che hanno già riconosciuto la Palestina, e di farlo anche in sede europea, per dare sostanza alla prospettiva di pace. Il richiamo è al diritto internazionale, alle risoluzioni ONU, al Patto di Fratellanza con Betlemme siglato nel 2018. È un discorso che scalda i cuori progressisti, che evoca l’autodeterminazione e la dignità di un popolo oppresso. Ma qui si annida un errore fatale: la confusione tra il desiderio di uno Stato e la sua effettiva possibilità di esistere.

Riconoscere uno Stato non è un atto poetico, non è un manifesto di buoni sentimenti. Uno Stato è un’entità politica con confini, istituzioni, sovranità, e soprattutto una legittimità democratica che ne garantisca la rappresentanza. La Palestina, oggi, non soddisfa questi requisiti. Non è solo una questione di territori frammentati (Gaza sotto il controllo di Hamas, la Cisgiordania in mano a un’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) screditata e senza elezioni dal 2006) ma di una leadership che non incarna i principi di uno Stato democratico. Riconoscere la Palestina ora, come chiedono i consiglieri vicentini, significherebbe, di fatto, legittimare la leadership di Hamas, un’organizzazione che non è solo terroristica (come la definiscono UE, USA e Israele), ma profondamente autoritaria.
Hamas, che governa Gaza dal 2007 dopo un colpo di mano contro Fatah, non ha mai nascosto il suo rifiuto della democrazia. Le elezioni del 2006, ultime nella Striscia, furono un exploit dettato più dalla disillusione verso la corruzione dell’ANP che da un’adesione ideologica alla Sharia di Hamas. Da allora, il movimento ha represso dissenso, torturato oppositori, e governato con il pugno di ferro. Il suo statuto del 1988 nega il diritto all’esistenza di Israele, e anche il documento “moderato” del 2017 accetta solo uno Stato palestinese provvisorio senza riconoscere lo Stato ebraico. Il 7 ottobre 2023, con il massacro di 1.400 israeliani, Hamas ha mostrato al mondo la sua vera natura: non una forza di resistenza, ma un attore che usa la violenza come strumento politico, incurante delle conseguenze sulla popolazione di Gaza.

E qui sta il paradosso della mozione di Vicenza. I consiglieri, con il loro appello alla pace, ignorano che riconoscere uno Stato palestinese oggi significherebbe avallare un’entità dominata da un regime teocratico e violento. Uno Stato non è solo un confine tracciato su una mappa; è un patto sociale, un sistema di regole, una rappresentanza che nasce dal consenso. Dove sono le elezioni in Palestina? Dove sono le istituzioni che garantiscono pluralismo e libertà? L’ANP, guidata da un Mahmoud Abbas ottantenne e senza legittimità popolare, è un guscio vuoto. Hamas, invece, è un incubo totalitario. Riconoscere la Palestina in queste condizioni non è un passo verso la pace, ma un regalo a chi ha sabotato ogni negoziato, dagli Accordi di Oslo in poi.
La soluzione “due popoli, due Stati”, che Vicenza abbraccia, è l’unica via razionale per la pace, ma richiede precondizioni che oggi mancano. Serve un’interlocutore palestinese credibile, democratico, che riconosca Israele e abbandoni la lotta armata. Serve un governo israeliano disposto a fermare gli insediamenti in Cisgiordania e a negoziare in buona fede, cosa che l’attuale leadership di Netanyahu non sembra intenzionata a fare. Il riconoscimento unilaterale della Palestina, come chiesto da Vicenza, rischia di essere un atto simbolico che premia l’estremismo di Hamas, anziché indebolirlo, e che ignora la complessità di un conflitto dove entrambe le parti hanno responsabilità.

Non fraintendiamo: il popolo palestinese ha diritto a uno Stato, a vivere in pace, a non essere schiacciato dall’occupazione o dai bombardamenti. Ma uno Stato non si costruisce con mozioni romantiche o con l’illusione che un riconoscimento formale risolva tutto. La democrazia è il prerequisito di ogni Stato degno di questo nome, e oggi la Palestina non ce l’ha. Vicenza, con il suo gesto, ha voluto gridare la propria indignazione, ma ha dimenticato che la pace non si fa con i sogni, bensì con la realtà. E la realtà, oggi, ci dice che riconoscere la Palestina significherebbe riconoscere Hamas. È un prezzo che non possiamo pagare.










