C’è qualcosa di grottesco, e dunque profondamente italiano, nel teatrino che ha accompagnato i referendum del 2025. Una sinistra post-ideologica che però agisce con l’intransigenza di una setta vetero-massimalista, un Movimento 5 Stelle svuotato, vagamente pasoliniano nella sua retorica anti-sistema ma con la consistenza di un soufflé lasciato troppo tempo fuori dal forno, e un popolo che ha scelto ancora una volta il silenzio. Non il silenzio dell’ignoranza o del disinteresse, ma il silenzio consapevole, provocatorio, urlato con l’assenza: il non-voto. Il dato è lì, impietoso, drammatico e ormai sistemico: un’affluenza che si aggira intorno al 30%, a seconda dei quesiti. E allora la sinistra, quella con la “s” minuscola che pretende di essere l’unica depositaria della coscienza civile del Paese, accusa. Addita. Se non voti, sei un disfattista. Se non partecipi al suo gioco ideologico, sei un nemico della democrazia. Il diritto all’astensione, sacrosanto e garantito, viene derubricato a sabotaggio, mentre i veri sabotatori della cosa pubblica sono proprio coloro che confezionano quesiti pretestuosi, mal scritti, e spesso in contraddizione con le stesse leggi volute e votate dal Partito Democratico in anni neppure troppo lontani. Lo stesso PD che praticamente boicottò i referendum sulla giustizia, ma allora evidentemente andava bene farlo.

Francesco Boccia, capogruppo PD al Senato, nei giorni scorsi aveva così affermato: “La premier Meloni ha preso alle elezioni 12 milioni e 300 mila voti, se al referendum andassero a votare 12 milioni e 400 mila persone, sarebbe un avviso di sfratto alla presidente del consiglio». Raramente si è sentito un “ragionamento” politico più assurdo e votato al nulla. Come diceva Nanni Moretti: “con questi non si vincerà mai”. Nemmeno la strumentalizzazione della manifestazione di sabato ai fini referendari è servita. Meloni può stare tranquilla, finché Elly e Giuseppe sono gli strateghi, governerà senza problema alcuno. I referendum sono stati un fallimento. Mettere la cittadinanza insieme al lavoro e dare rilevanza politica al risultato è stato un suicidio annunciato tipico di questa sinistra. Schlein e Landini dovrebbero dimettersi. La prima ha dimostrato di guidare un partito ridotto a laboratorio universitario occupato, incapace di parlare al Paese reale, affogato nel politicamente corretto e nella retorica identitaria. Il secondo ha trasformato la CGIL in una macchina da propaganda retrograda, incapace di capire che la classe operaia del 2025 non ha più niente a che vedere con le caricature novecentesche che ancora popolano i suoi comizi. Hanno usato i referendum come sondaggi elettorali e hanno perso. Ne prendano atto e tanti saluti.

L’astensionismo non è un problema tecnico: è un problema politico. È la spia di una crisi di rappresentanza devastante. È il segno che milioni di italiani non si sentono più riconosciuti in nessuna delle offerte politiche esistenti. I due poli populisti, quello della destra sovranista e quello della sinistra pseudo-radicale, si alimentano a vicenda, si specchiano e si legittimano a vicenda, ma intanto l’Italia reale si allontana. Ci vuole una politica nuova. Riformista, moderna, concreta. Capace di parlare alle persone non con i dogmi ideologici o con l’arroganza moralistica, ma con la chiarezza delle proposte e la serietà delle soluzioni. Esistono voci in questo senso, dentro il PD e fuori. Pensiamo a Pina Picierno, che rappresenta un’idea di sinistra europea, pragmatica, competente ma è messa all’angolo da una segreteria che sembra più preoccupata di fare assemblee con i collettivi che di vincere le elezioni.

E allora l’unica vera novità politica sarebbe la nascita di un soggetto unico, liberale, europeista, capace di unire i frammenti oggi dispersi in quattro partiti dal 2%. Più Europa, Azione, Italia Viva, il neonato PLD, la parte riformista del PD, ma anche la sezione liberale di FI (se esiste ancora): separati sono irrilevanti, insieme potrebbero essere decisivi. Potrebbero rappresentare quella maggioranza silenziosa, colta, razionale, che oggi non vota perché non si sente rappresentata. Potrebbero rompere il duopolio tossico che soffoca la politica italiana da troppi anni. Ma serve coraggio. Serve rinunciare ai personalismi, alle sigle, agli ego. Serve decidere se si vuole contare o semplicemente testimoniare. L’astensionismo non è solo un sintomo: è un appello. E chi ha orecchie per intendere, intenda. Chi continua a insultare chi non vota, a ignorare le contraddizioni, a cavalcare bandiere ideologiche vuote, si troverà presto a parlare da solo. Davanti a un Paese che ha già cambiato canale.











