C’è una cosa che mi fa sempre sorridere, di quel sorriso amaro, un po’ complice, un po’ stanco, quando assisto ai rituali della politica italiana: la destra, soprattutto quella destra che ama gonfiare il petto davanti alle telecamere e che brandisce il manganello ideologico, non perde occasione per scagliarsi contro la sinistra (mi correggo: contro tutto quello che non è “questa” destra), accusandola di mollezza, di buonismo, di quell’innocente e insopportabile retorica dell’accoglienza. «Voi pensate solo a volervi bene, a spalancare le porte a chiunque, mentre il Paese è in balia del degrado, della microcriminalità, delle rapine, delle risse, delle gang di stranieri!» – questo il mantra, ripetuto fino alla nausea.

Prendiamo Vicenza, ad esempio. In questo periodo, la città è sempre più al centro del solito teatrino. La destra attacca il sindaco Possamai, colpevole, a loro dire, di non fare abbastanza per la sicurezza. Ma basterebbe un banale giro su Google, due clic, per scoprire che i problemi di sicurezza (risse notturne, spaccio, aggressioni) esistevano eccome anche quando governava la destra. E non serve scavare negli archivi polverosi, basta tornare indietro di due anni. Solo che allora, guarda caso, il problema non era «l’incapacità politica», non era «l’assenza dello Stato», non era «la sinistra buonista e incapace di garantire la sicurezza ai cittadini». No, allora si diceva che erano casi isolati, fisiologici, e ci si difendeva parlando di percezione (indagare per credere) e non di reale problematica.

Ora, invece, la destra si scopre paladina dell’ordine, come se fosse appena scesa dal Sinai con le tavole della legge. È la solita minestra, scaldata e riscaldata: «ci vuole più polizia, più controlli, più arresti». Eppure, se guardiamo a cosa sta facendo davvero l’amministrazione Possamai, il quadro cambia: non ci si limita a rincorrere l’onda del populismo, ma si cerca di andare alla radice dei problemi. Rigenerare le zone degradate della città, portare servizi, cultura, presidi sociali: questa è una strategia che non dà frutti in un giorno, ma è l’unica in grado di mettere radici solide. Provare a curare il disagio con l’agio, a disinnescare il degrado portando comunità, bellezza, dignità nei luoghi dimenticati. È un lavoro sporco, lungo, ingrato, poco compreso, ma è l’unico che può funzionare. Piazza Matteotti, ex macello, San Biagio, biblioteca nuova, Campo Marzo, ora la stazione, il cinema Corso, il cinema Roma, l’ex tribunale: la lista di questa visione si allunga ogni mese e porterà ad avere una città nuova in poco tempo.




Ma a leggere i social è tutto un “oh che disastro di città”. Il punto è che è così dappertutto. Viviamo un momento di crisi radicata nel paese. Il problema sicurezza (che esiste, sia detto forte e chiaro) è un problema italiano, non delle singole città e tantomeno vicentino. Il ministro Nordio ha dichiarato che Treviso ha visto un aumento del 400% delle cosiddette babygang, e lì governa (e anche bene) il centrodestra. Non parliamo di Mestre, in cui la situazione pare essere davvero grave. Anche lì non risulta governi il buonismo di sinistra. La verità è che ogni città, indipendentemente dalle sue dimensioni e da chi la governa, affronta problemi simili, e in ciascuna troviamo cittadini convinti che la propria situazione sia unica a livello nazionale, spingendoli a protestare e a chiedere le dimissioni dei sindaci. Nessuno sembra sospettare che, se i problemi sono comuni ovunque, forse i sindaci non sono i veri responsabili?

E quindi sorge la domanda delle domande: cosa fa il governo Meloni? In poco meno di tre anni l’Italia è più povera, i salari rimangono tra i più bassi d’Europa, e l’immigrazione, tanto sbandierata come emergenza, è aumentata, soprattutto all’inizio del mandato, perché alla prova dei fatti le chiacchiere identitarie non bastano a fermare le dinamiche globali. Non ci sono soluzioni, non ci sono strategie, non c’è una politica strutturale: ci sono solo proclami, spot, conferenze stampa e foto di gruppo in divisa. La verità è che siamo di fronte a pura e semplice demagogia retorica, senza ricette, senza soluzioni, e soprattutto senza memoria: ci si dimentica di com’era ieri e si costruisce un nemico di cartapesta per oggi, per la rissa da talk show, per la clip social da rilanciare a raffica. E c’è un aspetto che inizia ad essere davvero fastidioso. Continuare a dire che Vicenza è il Bronx ha decisamente sorpassato come danno i reati veri e propri. È una tiritera che lede l’immagine della città e crea una sorta di psicosi nelle persone. Ed il fatto che si basi soprattutto su mero tornaconto elettorale è fastidioso e francamente offensivo per la cittadinanza.

L’accattone che infastidisce è un problema. Il tossico che ti importuna anche. E l’immigrato che assale un negozio molto di più. Impossibile non essere d’accordo. Sarebbero per altro compito dello Stato i rimpatri, detto per inciso. Però dovremmo tutti, anche noi media, iniziare a raccontare la complessità delle cose, senza semplificare per sensazionalismi facili. Governare significa scegliere, non sbraitare. A Vicenza come altrove, l’alternativa è chiara: o si fa politica per le telecamere, o si fa politica per le persone.










