Vicenza Jazz 2025. Giorno 10. Matteo

Ricordare Matteo Quero nell’anno in cui il tema del festival era “Elogio dell’errore” è diventato involontariamente un omaggio nell’omaggio. Matteo è andato via troppo presto, come fanno gli uomini che bruciano la vita in un solo, lungo sorso. Ma il festival jazz, quel suo festival, è ancora qui, vivo, pulsante come il cuore che Matteo ci aveva messo dentro. Era stato anche lui a costruirlo, nota dopo nota, errore dopo errore, con una generosità che non si piegava, nemmeno quando cadeva. Matteo era un uomo grande, con spalle larghe, mani che sapevano stringere un bicchiere di vino come se fosse l’ultima cosa vera al mondo. I suoi occhi, però, erano quelli di un ragazzo, sempre accesi, sempre in cerca di qualcosa che nessuno vedeva. Era sanguigno, un vulcano che rideva forte, che amava senza mezze misure, che sbagliava con la stessa passione con cui creava. E sbagliava Matteo. Non aveva paura di cadere, di inciampare in una nota errata, in un’idea che non funzionava. Ogni errore era un passo, un segno sulla mappa della sua vita, perché alla fine ogni sbaglio è una porta aperta, un invito a provare ancora, a suonare più forte. Il jazz, per Matteo, era libertà. Era il rifiuto di ogni regola che non fosse quella del cuore. Libertario assoluto, non sopportava catene, né di ferro né di parole. Le vie del centro, durante il festival, su una sua intuizione si sono riempite di musicisti, di facce strane, di strumenti che sembravano parlare. Portato via da un destino che non aveva il diritto di prenderlo. Senza di lui il festival è stato da subito un po’ diverso. Ma il suo spirito rimane, nelle note che si alzano dal palco, nel disordine perfetto del jazz. È lì, nell’euforia di una jam session che non finisce mai, dove ogni errore è un dono, un segno di vita. Stasera molti amici musicisti lo hanno ricordato e ci hanno parlato, a modo loro. E mentre suonavano ci si immaginava Matteo presente a battere i piedi a tempo e a ridere di un assolo che va fuori strada. Il tema del festival, l’“elogio dell’errore”, è lui. È Matteo che inciampa e si rialza, che crea senza paura, che vive senza freni. È Matteo che, anche ora, insegna a tutti che il jazz non è perfezione, ma verità. E la verità, come lui, non muore mai.

Oggi era un giorno strano, particolare, diverso. Iniziato alle 19 e finito dopo l’alba. Pervaso da quel senso di attesa e di fine che ha l’ultimo giorno di un festival che quest’anno è sembrato durare tantissimo ma solo perché i dieci giorni percepiti parevano un mese, tanto son stati pieni di fatti, musiche, volti, parole, ore piccole e ore rubate. Dieci giorni di spostamenti, di locali, di foyer, palchi, ristoranti, e la libera arte dell’incontro. L’ultimo giorno ha quel gusto dolceamaro del momento in cui la musica finisce e gli amici se ne vanno come cantava il Califfo. Non è nostalgia, non proprio. La festa è ancora dentro di te, un’eco di risate e sudore, ma si sta già dissolvendo, come un sogno che non ricordi più. Per un attimo pensi di tornare indietro, di bussare a quella porta, di inseguire qualcosa che non esiste più. Ma non lo fai. Continui a camminare, perché è quello che fai quando la festa finisce: vai a casa, e il mondo torna un po’ più grigio.

Ma se di festa si parla allora raccontiamola, visto che è stato un giorno di festa. Fin dal primo concerto per l’happy hour proxima con due pianisti a dividersi la scena. Karol Malczewski, Primo Classificato e vincitore del Premio Marco Birro per la miglior composizione originale all’Olimpico Jazz Contest 2024 e il Secondo Classificato Ivor Larić.

E poi la grand soirée in sala grande, unico concerto nello spazio principale del Teatro Comunale. Nel panorama dei pianisti jazz contemporanei, Gonzalo Rubalcaba fonde la vitalità ritmica della sua eredità afro-cubana con la sofisticazione armonica del jazz e il rigore della formazione classica. Questo quartetto lo vede affiancato a nomi clamorosi come Chris Potter, sax tenore versatile e virtuoso che ha collaborato con giganti come Dave Holland, Herbie Hancock e Pat Metheny, poi Larry Grenadier che costruisce linee di basso che sono al contempo fondamenta e poesia e infine Eric Harland, collaboratore di McCoy Tyner, Charles Lloyd e SFJAZZ Collective, capace di passare da grooves complessi a tocchi delicati con naturalezza. Insomma, il concerto jazz di quelli classici, e non a caso Riccardo Brazzale l’ha introdotto scherzando su come proprio l’ultima sera fosse arrivato un appuntamento più “conservatore” rispetto alle tante divagazioni laterali che si erano ascoltate nei giorni precedenti. Divagazioni che, per quanto ci riguarda, sono invece il vero sale che tiene viva ed eccitante la proposta musicale del festival. Perché jazz è anche il Kronos Quartet, è anche il free post quasi rock di Ralph Alessi, è anche la poesia desertica di Marc Ribot, e tante altre cose. Ma di certo, se uno pensa in maniera “classica” ad un concerto tipo di un festival jazz, pensa a quello che il quartetto di Gonzalo Rubalcaba ha portato sul palco. Fin dall’attacco con “Five hundred miles high ” di Chick Corea a “Con Alma” jazz afro-cubano, ponte tra il bebop e i ritmi latini che Gillespie amava visceralmente. Sala quasi piena per un commiato tradizionale e ideale al contempo.

Ma non era la fine. Quella è arrivata con l’undicesimo giorno. Nell’ora più magica. In cui un momento entra nel successivo. L’alba arriva come un ladro gentile, scivolando attraverso le tende rotte del cielo. È un sussurro di luce, fragile, che si posa sul bordo del mondo come una nota di violino, tremula, quasi spezzata. Non c’è fanfara, solo il lento sanguinare del grigio nel rosa, un taglio aperto sull’orizzonte che non fa male. Gli uccelli tacciono ancora, in reverenza, come se sapessero che l’alba è una preghiera non detta. È la mano di un amante che sfiora la tua guancia, fredda ma promettente calore. Le ombre si ritirano, sconfitte, e la terra respira un lamento antico, un canto di redenzione che non chiede nulla in cambio. Ogni alba è un patto rotto e rinnovato, un versetto di speranza scritto in un libro che nessuno legge più. E l’alba di oggi era dolce e fredda, bagnata e avvolgente come i suoni delicati e onirici di Naomi Berrill, irlandese di Firenze, figura che sfugge alle convenzioni come un’ombra che danza tra i generi. Il suo violoncello non è solo uno strumento: è una voce, un’estensione della sua vocalità eterea, un mezzo per riscrivere le regole.

Album come From the Ground (2013), To the Sky (2015) e Suite Dreams (2020) sono meditazioni sulla migrazione, di persone, melodie, culture. In Suite Dreams, il tema della migrazione si manifesta in armonie fluide e ritmi jazz sincopati, intrecciati con la vitalità del folk irlandese, come se il violoncello stesso fosse un viaggiatore senza patria. Una Laurie Anderson del jazz, ma con radici più profonde nella terra e nel mito o una Arthur Russell (quello di Another Thought) al femminile. Con un set di una delicatezza estrema, iniziato con From The Morning di Nick Drake (poteva esserci inizio migliore?) e proseguito tra brani autografi e altre rivisitazioni di classici come Nature Boy di Eden Ahbez (resa immortale da Nat King Cole) o A New Ground di Henry Purcell. Il parco del museo del risorgimento era un rifugio di silenzi, un enclave di estraneità, un’immersione in qualcosa che non può far male mai. Non è immaginabile saluto migliore di questo. L’alba si è spenta, il cielo ha smesso di sanguinare rosa e oro, e ora la giornata si stiracchia, pigra, come un gatto che si sveglia su un tetto ancora umido di rugiada. Sono le prime ore, quelle in cui il mondo sembra trattenere il fiato, indeciso se essere una promessa o una condanna. È il momento in cui la città si guarda allo specchio, incerta su chi sarà oggi. I piccioni si radunano in piazza, come cospiratori che pianificano un colpo da nulla. Ogni gesto è piccolo, quasi invisibile, eppure sembra parte di una storia più grande, un racconto che nessuno ha ancora scritto. È come se il giorno, appena nato, stesse cercando il suo ritmo, una melodia che potrebbe essere jazz, come quella che Berrill ha pizzicato sulle corde del suo violoncello, o forse solo il ticchettio di un orologio in una stanza vuota. C’è una solitudine in queste ore, ma non è triste. È la solitudine di chi sa che il mondo è ancora possibile, che ogni passo può cambiare la trama. Una luce obliqua colpisce il selciato, e per un istante tutto sembra sospeso, come se il tempo stesso fosse incerto su dove andare. È il momento in cui la giornata si accende, non con un’esplosione, ma con un sussurro, un invito a esistere, a sbagliare, a ricominciare. Come in un romanzo di Paul Auster, ogni dettaglio, il suono di un clacson, il riflesso di una finestra, il profumo di un espresso, sembra un indizio, un frammento di una storia che si scriverà da sola, se solo avrai il coraggio di viverla. Noi abbiamo vissuto dieci (quasi undici) giorni di tutto questo e molto di più. E ci è piaciuto, nel nostro piccolo, raccontarvelo. Sipario.

Aprile 2026

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