La notte è nera come polvere di carbone, e il cimitero è silenzioso, troppo silenzioso, come se il mondo stesse trattenendo il fiato, in attesa che qualcosa si spezzi. La musica pare suonare piano per un malcelato suo volere. D’ogni parte un pubblico che non c’è più, vite storte e vecchie, ognuna che sussurra un nome, una data, una storia che nessuno ricorda più. L’aria è densa dell’odore d’erba bagnata e di tempo andato a male. Suonare musica in un cimitero a mezzanotte non ha a che fare con la folla, perché non ce n’è una. Ha a che fare con i fantasmi che non vedi ma senti, che si avvicinano, ascoltano attenti. Emetti un suono, ed è come gettare un sasso in uno stagno fermo: le increspature si allargano, ma non tornano indietro. Le note fluttuano, sospese tra le lapidi, mescolandosi ai sospiri di gente sparita da tempo. La voce a volte si incrina come un ramo secco, tu pensi ad amori scivolati via, a strade senza fine, all’uomo che avresti potuto essere se i dadi fossero girati diversamente. I morti non applaudono, non fischiano, non lanciano rose. Ma li senti, che si avvicinano, le loro ombre che danzano al confine del tuo sguardo, annuendo a un blues più vecchio della terra che li copre. Suonare qui è come pregare in una chiesa che nessuno visita più. Ogni nota è una confessione, ogni accordo una domanda che non aspetta risposta. Il piano geme, acuto e solitario, come un treno che lascia una stazione che non rivedrai mai. Pensi a lei, ai suoi capelli come grano d’estate, o al tuo amico che rideva con una bottiglia in mano, e ti chiedi se stanno ascoltando da qualche parte sotto il gelo. Il concerto, ne sei certo, è per loro, per quelli che se ne sono andati, per quelli che sono rimasti troppo a lungo, per il ragazzo che eri prima che il mondo diventasse pesante. La notte non si cura. Le stelle non battono ciglio. Il vento taglia, freddo come il cuore di un banchiere. Il cimitero è un palco senza sipario, senza riflettori, nudi contro il buio. La musica è un fuoco, piccolo e testardo, che brucia contro il freddo, gridando “Sono qui, sono ancora qui”, finché l’alba si insinua e i fantasmi scivolano indietro nel loro silenzio.

Non potevamo che iniziare dalla fine. Da un concerto minimale, intimo e rispettoso. Da un duo che con la discrezione teatrale che Flo rappresenta e con il tocco classico e di classe di Enrico Zanisi è stato compagno perfetto per un quieto e meditativo concerto che ha oscillato tra milonghe e cantautorato velato appena di un jazz sobrio e in punta di piedi.
Oggi, a teatro, è stata la giornata più piena di appuntamenti di tutto il festival. Alle 18 gli UM/WELT (sezione “Proxima”) sono stati l’ennesima conferma dello straordinario lavoro di Bacàn nel proporre sentieri sonori originali. Spazi ambient. Raffinatissima eleganza estetica. World music sincretica. Qualcosa che sta tra i possibile worlds di Brian Eno e lo straordinario lavoro di Arooj Aftab, una delle voci e delle artiste più importanti ed emozionanti del panorama jazz d’autore contemporaneo.
Alle 19.30 il Diorama Group era l’aperitivo alla Vela. Una formazione musicale che unisce elementi di cinematic-jazz, sperimentazione e musica elettronica. Il progetto presenta brani originali, ispirati alle suggestive ambientazioni dei capolavori del cinema italiano.

Alle 22.30 i MaNiDa sono stati l’after hour sempre alla Vela, infreddoliti ma tenuti in vita da qualche bicchiere, abbiamo ascoltato qualcosa solo in apparenza “normale” ma di fatto molto originale e avventuroso. Un gruppo jazz senza alcun strumento armonico (quegli strumenti cioè in in grado di emettere due o più suoni allo stesso tempo, come il pianoforte, la chitarra, l’arpa o il violino) che spazia tra momenti di grande respiro corale e melodico ad altri più intricati e rigidi. Una band assolutamente da seguire.
Il live in prima serata era di un big name con un seguito e una fan base quasi sorprendente per la proposta musicale non affatto edulcorata. Nel vasto e spesso claustrofobico mondo del jazz contemporaneo, dove i virtuosi si contendono un angolo di originalità come cercatori d’oro in un fiume ormai setacciato, Tigran Hamasyan si staglia come una figura singolare. Nato a Gyumri, in Armenia, nel 1987, Hamasyan sembra portare con sé il peso e la leggerezza di una terra antica, dove le melodie folk si intrecciano con il lamento di un duduk e il battito di un cuore che ha conosciuto esilio e resistenza. A trentotto anni, vanta già una carriera che l’ha visto vincere il Thelonious Monk Jazz Piano Competition nel 2006 e pubblicare una serie di album che sfidano ogni facile categorizzazione. Hamasyan è cresciuto respirando la musica popolare armena, con le sue scale modali e i suoi ritmi asimmetrici, imparando dal nonno, un jazzista dilettante, e dallo zio, un appassionato di Monk e Parker. Ma dire che la sua musica è “jazz armeno” sarebbe riduttivo. Album come New Era (2008) o Shadow Theater (2013) sono caleidoscopi in cui il folklore armeno si fonde con il post-bop, il rock progressivo, l’elettronica e persino accenni di dubstep, creando un suono che è al tempo stesso ancestrale e futuristico. Ha un tocco che ricorda la delicatezza di Bill Evans e l’intensità percussiva di Chick Corea. Ma non è solo nostalgia: Hamasyan è un virtuoso, certo, ma non di quelli che sbandierano la tecnica per impressionare. La sua è una virtuosità inquieta, che serve la narrazione piuttosto che l’ego.
Dal vivo, Hamasyan è una forza della natura. Le sue sono poliritmie abbaglianti, dotate di un’energia che ricorda l’Esbjörn Svensson Trio, ma con un’anima più selvaggia, meno nordica, più viscerale. È un performer che non si nasconde: balza sul palco, attacca il pianoforte con una furia che si trasforma in grazia, e guida il pubblico in un viaggio che è tanto intellettuale quanto emotivo. Carismatico e imprevedibile, sembra sempre sul punto di deragliare, ma non lo fa mai. Hamasyan si muove cercando di costruire ponti: tra l’Armenia e il resto del mondo, tra il jazz e la musica popolare e un certo prog rock, tra il passato e il futuro. La sua musica non è solo un’esibizione di talento, ma un atto di resistenza culturale, un modo per preservare l’eredità armena in un mondo che spesso dimentica. In un’epoca in cui il genere rischia di ripiegarsi su sé stesso, intrappolato tra revivalismo e sperimentazioni sterili, Hamasyan ci ricorda che il jazz è vivo, pulsante, capace di raccontare storie che attraversano confini e secoli. Eppure c’è qualcosa che in fondo non ci ha pienamente convinto. Detto di tutti i pregi, che tali sono e rimangono, le sue composizioni si basano su reiterazioni applicate in maniera parossistica che dopo un po’ stancano e annoiano. Una sorta di gioco ripetitivo, muscolare ed effettistico (soprattutto per quanto riguarda la batteria) che colpisce senza rubarti il cuore. Ma il pubblico in sala evidentemente non la pensava così visto il tripudio che ad ogni brano veniva riservato. Tant’è.
Ma questo era prima. Ora è notte fonda. Il cimitero è alle nostre spalle ormai, le sue pietre mute come segreti. La musica è ancora dentro di noi, l’aria è fresca, tagliente, e qualcosa abbiamo preso in prestito da quelle tombe e non siamo sicuri di poterlo restituire. La strada si allunga, i passi tengono il tempo di un ritmo che non c’è più. Una luce trema in una finestra lontana, e sembra un tradimento, come se il mondo stesse già andando avanti. La musica è finita, ma non è svanita.






