In questi giorni al cinema Odeon, nel programma degli eventi dislocati in città, è in programmazione One to One – John and Yoko, uno di quei film che sembrano usciti da una bobina dimenticata in soffitta, tra un numero di Rolling Stone del ’71 e una vecchia locandina del Fillmore East. È documento e confessione, liturgia hippie e guerra dei nervi tra privato e pubblico. Qui John Lennon non è il Beatle beatificato e neanche l’eroe solo di Plastic Ono Band: è un uomo in cammino, spesso smarrito, alla ricerca di una voce nuova nel frastuono post-‘60. Yoko Ono, musa e strega metropolitana, lo accompagna in un viaggio che è politico e sonoro, pieno di tensioni, registratori e sorrisi complici. Il film gira attorno al leggendario concerto del 1972 al Madison Square Garden che fu sì beneficenza, ma anche manifesto e addio: il rock che cercava di diventare altro, e forse per questo si perdeva. La regia lascia che siano le immagini a raccontare: non c’è retorica, ma molto pathos, e quella grana sporca, analogica, che puzza ancora di bobine d’epoca e sigarette rollate. La musica? Alterna. Ma anche quando non è perfetta, è vera. Lennon con la voce che scoppia su Cold Turkey dice molto più di cento interviste. In definitiva, un film imperfetto, come dev’essere ogni opera sincera. Non è un film su John e Yoko, ma su quello che resta di noi dopo che la musica ha provato a cambiarci.

Oggi iniziava la rassegna “Proxima” a cura dell’associazione Bacàn, che nel corso degli anni ha sempre portato al festival un plus encomiabile fatto di proposte innovative, underground eccitante e uno sguardo attento alle nuove leve. Ed il set di Federico Nuti e il suo lavoro “Informal Setting” è stato un avvio di altissimo livello. Un prog Jazz con venature avant e rimandi al post rock più colto. L’uso sapiente dei pianissimi e dei silenzi. Gli assoli dissonanti di contrabbasso con archetto. L’importanza dello spazio nella composizione. Più di un rimando al minimalismo. Insomma, ambizioni alte. Qualcosa che mai si placa, che cresce come corpo che ascolta se stesso. Cinque musicisti su un unico diagramma.

La serata verteva su un progetto nato appositamente per questa edizione del festival. Un omaggio ad una donna che con un gesto semplice, anche banale, ha più o meno inconsapevolmente cambiato il corso della storia. Rifiutandosi di alzarsi dal suo posto in autobus per darlo ai bianchi, Rosa Parks ha compiuto la sua rivoluzione ma soprattutto è diventata un simbolo per un’intera generazione. Per celebrarla, a vent’anni dalla morte e a settanta da quello storico momento di disobbedienza, Riccardo Brazzale ha pensato di imbastire uno show ad hoc con un trio all star formato da William Parker, Hamid Drake e Ava Mendoza, già vista ieri con Marc Ribot. Ai tre si è aggiunta la grazia e la voce di Celeste Dalla Porta, la Parthenope di Sorrentino, qui chiamata a recitare parti estratte dalla biografia di Rosa Parks inserendosi nel magma sonoro quasi interamente improvvisato dai tre musicisti. Prima del concerto/reading c’è stato un incontro con tutti i protagonisti per introdurre i temi della serata.

Il breve dibattito ha dato modo ai tre artisti di raccontare il loro punto di vista sul problema razzismo. Un problema che non è affatto solo statunitense sebbene loro lo sentano come parte della cultura americana ed esista ancora. “Rosa Parks non è un simbolo ma un vero spartiacque. Noi dobbiamo fare qualcosa perché non tornino quei tempi – ha detto Hamid Drake – Siamo in un momento cruciale adesso. Dobbiamo ragionare in modo collettivo”. Per William Parker il tema razzismo esiste anche nell’arte in generale: “C’è un certo gruppo di persone che controlla i soldi e quello che loro intendono per arte buona e arte cattiva. Hai pianisti da tutto il mondo ma non hai sezioni fiati da tutto il mondo. In Cina è normalissimo trovare cinesi che suonano Bach ma in Germania non hai tedeschi che suonano musica cinese”. Insomma, gira e rigira, la libertà rimane la battaglia delle battaglie e ogni giorno che passa, il Vicenza Jazz 2025 fa i conti con il clima internazionale mutato, soprattutto perché il jazz è LA musica americana per eccellenza e in America qualcosa è cambiato e le parole di Robert De Niro a Cannes nei giorni scorsi ne sono l’esempio più dirompente. Che tutto questo, com’è successo ieri con il live di Ribot, e come accade oggi con questo recital per Rosa Parks, sia arrivato anche da noi, è qualcosa che porta il festival in una dimensione storica consapevole, lo fa essere luogo dove il pensiero si esprime reagendo a ciò che succede al mondo, un laboratorio di resilienza, seppur la parola sia ampiamente abusata. E così, armati di questo spirito, ci si addentra nella vita di Rosa Parks e nei suoni che ne fanno da ideale colonna sonora.
Sotto un cielo di piombo, in una Montgomery, Alabama, polverosa del ’55, Rosa Parks, una donna con l’anima di ferro, si alzò senza muoversi. Non era un vento di ribellione quello che soffiava, ma un sussurro di dignità, un canto basso che ronzava nelle vene di chi aveva camminato troppo a lungo sul bordo della strada. Cucitrice di giorno, sognatrice di sempre, Rosa si sedette su un autobus, un trono di vinile sbiadito, e disse “no” al mondo che le urlava di alzarsi. Non era solo un sedile, era il peso di cento anni di catene spezzate a metà, di promesse tradite, di speranze lasciate a marcire sotto il sole dell’Alabama. Il conducente, con la voce tagliente come un’armonica arrugginita, le ordinò di cedere il posto, ma Rosa aveva le radici piantate in una terra che non si piega. Non era rabbia, era stanchezza, stanchezza di un popolo costretto a chinare il capo, di madri che piangevano figli mangiati dall’odio, di un sistema che dipingeva linee bianche e nere sul cuore della gente. Quel “no” non era solo suo; era il grido strozzato di generazioni, un blues che si cantava nei campi di cotone e nelle chiese di legno scricchiolante.
La presero, la ammanettarono, la trascinarono via come un ladro nella notte, ma Rosa Parks non era una ladra, era una ladra di libertà, forse, ma solo perché la libertà era stata rubata prima a lei. La cella era fredda, ma il suo spirito bruciava, una fiamma che accese Montgomery, che fece marciare un popolo, che spinse un predicatore di nome Martin a sognare ad alta voce. Il boicottaggio degli autobus, 381 giorni di piedi che pestavano la polvere, di anime che si rifiutavano di piegarsi, nacque da quel sedile, da quel “no” che ancora risuona come un’armonica nel vento. Rosa non era una santa, non era una regina, era una donna che cuciva vestiti e cuori, che portava il peso di un mondo storto sulle spalle minute. Non cercava gloria, ma la trovò, come un vagabondo trova una strada sotto le stelle. E mentre il mondo girava, mentre le leggi cambiavano e i muri cadevano, Rosa Parks rimase lì, una figura quieta, un tamburello che batte il ritmo di un cambiamento che ancora cammina, ancora canta, ancora lotta. Come un vento che non smette di soffiare, come una canzone di Dylan che non finisce mai.
Ma c’è stata anche tanta musica stasera, oltre alle parole, oltre alla storia, oltre ai richiami. Una musica che urlava libertà in ogni nota, quelle pensate e quelle scaturite dal nulla, un’improvvisazione totale e gitana, nera, ribelle, messianica e rituale. Quando poi i tre hanno letto una poesia di William Parker sovrapponendo a canone le loro voci e lasciando che Celeste si aggiungesse alla fine, è stato il picco emotivo ed estetico di una serata che ricorderemo come grande momento di riflessione collettiva. John Lennon cantava Woman is the nigger of the world, paragonando l’oppressione sistemica delle donne a quella subita dalle persone nere, usando un termine razziale altamente controverso per sottolineare la gravità della discriminazione. Lennon voleva dire che le donne, come gruppo, sono state storicamente marginalizzate, sfruttate e trattate come cittadini di seconda classe in quasi ogni società, in modo analogo alle ingiustizie razziali. Il termine “nigger” non era usato in senso letterale, ma come metafora per evocare l’idea di un gruppo oppresso, schiavizzato e disumanizzato, richiamando il linguaggio crudo del movimento per i diritti civili per amplificare l’impatto emotivo. Un impatto che in questa giornata, da Lennon a Rosa Parks, ha compiuto il suo cerchio dentro ad un Vicenza Jazz mai come ora inoltrato nel presente, e medium attraverso il quale il jazz, come espressione di libertà, trova una dimensione anche politica. Quando si fa cultura ci si pone sempre (o ci si dovrebbe porre sempre) il quesito se abbracciare e quanto la cultura di massa, se cedere e quanto alle gratificazioni di ciò che è ampiamente diffuso. Il jazz non ha quasi mai rappresentato questo, non è mai stato (se non negli ’30) guidato da dinamiche commerciali come un grande racconto che tutti cantano, anche senza accorgersene. Jazz è arte, non mercato. Ma un festival spesso può diventare mercato nel senso di proposta unificata e accessibile a tutti, col rischio di appiattirla. Quel che è successo oggi (ma anche ieri) è invece l’esatto opposto, e c’è di che andarne fieri.





