Riccardo Brazzale, introducendo la serata dedicata all’improvvisazione chitarristica, dice che è la giornata ideale per esporre il tema dell’elogio all’errore, e le premesse infatti c’erano tutte. Marc Ribot è capace di abrasioni e astrazioni più uniche che rare e l’accoppiata poi, nel secondo set, con Ava Mendoza prospettava addirittura uno scenario al quadrato di quanto ci si poteva attendere da Ribot. Il programma della giornata, inoltre, prevedeva alle 18 l’Olimpico Jazz Contest, il concorso di Vicenza Jazz dedicato alla scoperta e alla valorizzazione dei giovani musicisti jazz, che ogni anno si concentra su uno strumento in particolare e che per quest’edizione aveva i riflettori accesi sulla batteria, strumento che per molti è la base, il beat, le fondamenta, ma che in realtà è forse per eccellenza incline al concetto di libertà. La batteria jazz è il cuore pulsante, il motore selvaggio e indomabile di un suono che non si lascia incatenare. Non è solo un ammasso di tamburi, piatti e bacchette; è un’arma, un grido, un’esplosione di caos controllato. Quando ci si immagina un tizio come Max Roach o Art Blakey, sudato, posseduto, che martella su quelle pelli come se stesse raccontando la storia della sua vita in un solo assolo, si capisce ch non è solo ritmo, è un dialogo, una cospirazione tra il batterista e il resto della band, un botta e risposta che può essere dolce come un sussurro o feroce come un pugno in faccia. Nel jazz, la batteria non è lì per tenere il tempo e basta, no, qui si tratta di swing, di groove, di un’onda di bronzo che ti trascina via. È Elvin Jones che suona con Coltrane, trasformando un semplice 4/4 in un viaggio cosmico, o Tony Williams che a 17 anni con Miles Davis faceva sembrare il tempo una gomma da masticare, piegandolo, stirandolo, rompendolo. La batteria jazz è libertà, ma una libertà che richiede disciplina da samurai. Devi conoscere ogni angolo del tuo strumento, ogni sfumatura di suono, dal fruscio di una spazzola al tuono di un tom. È come essere un poeta e un pugile allo stesso tempo: devi sapere quando colpire duro e quando accarezzare, quando esplodere e quando lasciare spazio al silenzio. È il battito del cuore del jazz, il ritmo dell’anima, e quando lo senti, amico, non c’è nient’altro al mondo che conti.

Ma andiamo a quel che è accaduto dalle 21 alle 23, perché è stato qualcosa di incredibilmente intenso. Marc Ribot è un dannato alchimista della sei corde, un tizio che prende una Gibson del ’36 e la fa urlare, sussurrare, gemere come un’anima persa in un vicolo di New York. La sua chitarra non è solo uno strumento, è un’arma carica, un pennello da guerriglia che dipinge paesaggi sonori che ti fanno venir voglia di piangere, ballare o spaccare qualcosa, a volte tutto insieme. È come se ogni nota che tira fuori da quella vecchia Gibson fosse un pugno al sistema. Non è un semplice chitarrista, è un esploratore del caos, un poeta del rumore che mescola il blues sporco di Tom Waits con l’energia selvaggia del no-wave e le vibrazioni cubane di Los Cubanos Postizos, il tutto con una sensibilità jazz che ti fa pensare a Coltrane in un bar malfamato. La sua chitarra ha un suono pazzesco, sembra avere un’anima propria, è il suo complice perfetto: un pezzo di legno e acciaio che canta con una voce ruvida, calda, viva, capace di passare da un lamento blues a un’esplosione free jazz in un battito di ciglia. Non è virtuosismo fine a sé stesso, è un viaggio emotivo, un dialogo crudo tra l’uomo e la macchina. Improvvisare per Ribot non è solo suonare senza spartito, è come respirare. La sua chitarra è un’estensione del suo cervello, un flusso di coscienza che si riversa attraverso le corde. Ribot gioca con il fuoco: un riff può nascere da una jam, o esplodere in una reinterpretazione di uno standard. Non segue regole, ma crea sistemi, come dice lui stesso, ispirandosi ad Albert Ayler: melodie semplici, strutture complesse, contrappunti che sembrano danze di strada. La sua improvvisazione è un mix di memoria, intuizione e puro coraggio, un caos controllato che può trasformarsi in un lamento malinconico o in un urlo punk.
Ribot non è uno che sta zitto. La sua musica è politica senza bisogno di manifesti. Il suo album Songs of Resistance è un pugno in faccia al potere, con brani come “Rata de los Patas” di Paquita la del Barrio che trasudano rabbia e ironia. Prende canti della Resistenza europea, inni del movimento per i diritti civili e li mescola con originali che colpiscono duro, come un’ode alla ribellione. Non è solo suono, è un atto di sfida: Ribot crede che la musica debba scuotere, svegliare, unire. La sua Gibson allora diventa una bandiera, un megafono per chi non ha voce, un’arma per combattere il silenzio dell’indifferenza. Marc Ribot è più di un chitarrista: è un narratore, un ribelle, un sognatore che trasforma ogni nota in un pezzo di vita, uno che porta il mondo intero sul palco, e non c’è niente di più vero, di più vivo, di più dannatamente necessario.
Nel secondo set, Ribot viene raggiunto da Ava Mendoza, e il tutto, se possibile, si fa ancora più incredibile. Il teatro diventa un salotto di casa, loro due viaggiatori lisergici nel deserto. Siamo tra Ry Cooder e Jorma Kaukonen, in un mosaico di tradizione americana, esplorazione etnica e raffinatezza chitarristica. I due sembrano suonare il mondo, più che un solo genere. Sicuramente il blues acustico e il folk tradizionale sono le basi (soprattutto di Ribot) ma l’apporto di Ava è sensibile e decisivo e mette altra materia nell’alchimia. ll suo approccio è un mix di disciplina classica e anarchia punk, usa loop e pedali per creare texture, ma il suo vero potere è nell’intuizione: sa quando esplodere in scale esotiche alla Slonimsky e quando lasciare spazio al silenzio.
We are soldiers in the army – canta Marc ad un certo punto nel mezzo di un’improvvisazione – we have to fight, although we have to cry. É il vecchio standard antimilitarista del pastore E. Dewey Smith, portato al grande pubblico da Pete Seeger. Nel frattempo il dialogo tra Ribot e Mendoza prosegue senza sosta. Lei è la donna che sa. Che difficilmente cede ad un complimento ma ti viene da offrirle un bourbon. I ricordi di west coast e di blues nel canyon paiono aumentare, smarriti in un duo da sarabanda. Folk da pub di strada. Irriconoscibile correttezza politica. Un grido ubriaco di estate in anticipo. Lisergica allegria di naufragi. Abbandono nottambulo per riporre la speranza sul comodino dell’asfalto urbano. Nota dopo nota. Appena compresa nel giro di un’imperfezione necessaria perché substrato di polmoni pieni d’aria da esprimere. “Se vi sembra che siamo due chitarre che improvvisano, beh è quello che stiamo facendo” ammette Ribot facendo ridere il pubblico.
Alla fine però le risate non hanno trovato posto. Richiamati sul palco per il bis, i due hanno voluto accommiatarsi con qualcosa di molto potente. “Solitamente mi piace lasciare il pubblico con un senso di divertimento prima di salutarlo, ma di questi tempi c’è ben poco di divertente nel nostro paese. Siamo in mano ai fascisti. E ci sembra doveroso lasciarvi con un canto di resistenza”. E così attaccano Goodbye Beautiful, la versione di Bella Ciao che Ribot ha registrato con l’amico Tom Waits. Era una melodia nata nelle viscere della terra, tra i campi di riso del Piemonte, dove le mondine piegavano la schiena sotto il sole cocente, le loro voci ruvide come la terra che calpestavano. Bella Ciao non era solo un canto, era un grido strozzato, un lamento che si trasformò in un’arma. Quando i partigiani lo presero, nelle montagne e nei vicoli bui della Resistenza, divenne il battito del cuore di chi combatteva per la libertà, di chi guardava la morte negli occhi e sceglieva di cantare. In ogni strofa non c’è spazio per fronzoli, c’è solo la verità nuda: l’uomo comune, il contadino, il ragazzo, si alza e trova il nemico. Ma non si piega. Sceglie di combattere, di morire, se necessario, per qualcosa di più grande. È struggente perché non nasconde il dolore, la perdita, la paura. Ogni nota porta il peso di chi è caduto, di chi ha lasciato un fiore sulla tomba di un compagno, un fiore che cresce dove l’oppressore voleva solo cenere. Nella versione di Ribot/Waits, la melodia è lenta, quasi un lamento, ma ha una forza che ti prende le viscere. È il suono di chi non ha più niente da perdere, eppure trova il coraggio di alzarsi, di marciare, di cantare. È la voce di chi sa che la libertà non è un dono, ma una conquista, pagata con il sudore, il pianto, la vita. Bella Ciao è struggente perché è vera, come il sapore del pane dopo giorni di fame, come il silenzio dopo un’esplosione. È il canto di chi ha guardato l’abisso e ha scelto di non arrendersi, di lasciare un segno, un fiore, una speranza per chi verrà dopo. E ve la lasciamo qui tutta, perché è bello pensare che in questo modo potrete dire di esserci stati anche voi.





