Ogni festival ha un direttore artistico. Il suo ruolo non è solo scegliere gli artisti in programma, è molto di più. Il direttore artistico è uno che ruba frammenti di sogni dalla strada e li cuce insieme con ago e filo di pura ostinazione. Cammina tra le macerie di idee altrui, annusa l’aria come un cane randagio, cercando quel lampo, quel guizzo che trasforma una tela vuota, un palco spoglio o una pagina bianca in qualcosa che ti spacca il petto. Combatte con le agenzie che vogliono tutto quadrato, con gli artisti che si perdono nei loro ego, con il tempo che gli morde i calcagni e col budget, coi biglietti, con il maltempo, con chissà cos’altro Dio vuole succeda. Il direttore artistico sceglie i colori, le note, le parole, ma non è solo un selezionatore: è un profeta che vede il quadro finito prima ancora che il pennello tocchi la tela. È lì, in piedi, con la camicia stropicciata e un caffè freddo in mano, a urlare al mondo che l’arte non è un lusso, ma il sangue nelle vene della vita. E quando tutto crolla (perché a volte crolla) lui è quello che si rimbocca le maniche, sputa per terra e ricomincia, perché il suo Dio è il caos creativo, e lui è il suo prete ubriaco. Un direttore artistico poi, porco mondo, ha anche la sfortuna di fare un lavoro che per gli altri non è neanche un lavoro e che per lui non è neanche uno stipendio. Vatti a spiegare tu se sei capace.

Riccardo Brazzale è uno dei più importanti direttori artistici d’Italia nel campo del Jazz e allo stesso tempo forse il più atipico. Musicista, compositore, critico e docente. Riccardo è tante cose. Il suo lavoro per la comunità come organizzatore e punto di riferimento comunale per gli eventi, è stato preziosissimo negli anni. Schivo per natura, quasi a disagio sul palco quando deve parlare, lontanissimo dalla mondanità festivaliera, di un’umiltà naturale, ma generoso sempre e appassionato visceralmente. E un grande artista. Non rimani 30 anni a dirigere uno dei più noti festival jazz italiani senza queste doti. Dico 30 anni perché, anche se quest’anno è la 29esima edizione, tutto partì nel 1995. Come ricorda lui stesso: “Il caso volle che nell’agosto del 1995 arrivò in Comune Francesca Lazzari e nel medesimo periodo conobbi Luca Trivellato grazie a Matteo Quero. Avevo già organizzato concerti qui con Chick Corea e Herbie Hancock ma la Lazzari aveva in mente di fare un festival. Francesca aveva le idee molto chiare. E quindi iniziò tutto così. Io ero nel posto giusto nel momento giusto. Tutto è proceduto talmente bene che anche quando è cambiata l’amministrazione, mai nessuno da destra o sinistra ha trovato dubbi sul continuare l’esperienza. Quero ebbe il merito di credere nella diffusione della musica nei locali. Qualcosa simile a quel che accade per Umbria Jazz. Il mio problema era riuscire ad usare l’Olimpico perché è un monumento ed io ero impaurito”. La paura non passa mai se lavori nel campo dell’arte, ma gli anni, nel frattempo, sono passati e sono pure molti, e siamo ancora qui, ad applaudire il direttore ogni sera quando esce per presentare i concerti in programma.

Oggi era la sua giornata e, in anteprima nazionale, la giornata della Lydian New Call che prende il testimone dalla Lydian Sound Orchestra dopo 35 anni di onoratissima attività e premi e riconoscimenti. Il progetto della “nuova” orchestra di Brazzale punta sui giovani e sul solito spettro sonoro che sposa la tradizione ma tiene d’occhio anche mondi contemporanei in una sorta di third stream, che poi è il coraggio di mischiare, di non piegarsi alle regole di genere, di lasciare che l’arte respiri libera. Ma prima di sentire questa piccola, grande orchestra, sul palco del ridotto del comunale è salito un trio clamoroso che ha commosso tutti i presenti e che probabilmente si è rivelato come la sorpresa più sensazionale finora. Il trio di Nduduzo Makhathini ha regalato un’ora di poesia, sogno, lancinante trasporto emotivo e anche “politico” e per una volta la parola ha un senso altissimo. Lui, pianista sudafricano, enorme comunicatore sui tasti e con la parola. La sua musica è un viaggio, un ponte teso tra la terra e il cielo, tra il passato ancestrale e il futuro visionario. È un guaritore, un filosofo del suono, che intreccia il jazz con le radici profonde della sua eredità zulu, come se ogni nota fosse un respiro di antenati che sussurrano dal sottosuolo. La sua musica non è solo jazz, ma un rituale, un dialogo con l’invisibile, dove il pianoforte canta, geme, e danza come un fuoco che brucia lento sotto un cielo stellato. Un suono che sa di colline rigogliose di uMgungundlovu (titolo anche del suo ultimo album) dove Makhathini è nato, impregnato di ritmi tribali e melodie che evocano il codice guerriero africano, quello che usa la musica per motivare e guarire.
Quando ha preso in mano il microfono rivolgendosi al pubblico, è stato per un discorso che ha colpito profondamente come un macigno. “Invitare un artista vuol dire invitare una storia – ha detto – e quello che fa la musica è portarci a capire cosa c’è nel suono e cosa porta il suono della storia nostra. Essere artisti in Sud Africa significa essere persone che raccontano storie e curano l’anima e questo accade in tre momenti: dove suoniamo, dove siamo responsabili per le generazioni nuove e dove possiamo curare le catastrofi del mondo con la musica. Sun Ra disse che Space Is the Place. Noi dobbiamo vedere il mondo ogni giorno e capirlo e comprendere la bellezza come rispetto verso il dolore. Ma soprattutto dobbiamo riallinearci con il primordiale senso del suono, che è curatore e unisce, senza divisioni, cosmicamente uno. Play that wich you Hope for“. Dalisu Ndlazi al contrabbasso e Lukmil Perez alla batteria completano un trio straordinario, nel senso letterale di “fuori dall’ordinario”. Un invito a scavare, a sentire l’eco di storie perdute, ma anche a celebrare la libertà, l’ubuntu, l’“io sono perché tu sei”. È jazz che non si accontenta di essere ascoltato: vuole che tu lo viva, che tu lo senta come un battito che collega il cuore al cosmo.

E poi è arrivato il Direttore (con la maiuscola). Ed è stata un’altra ora di grande jazz con la Lydian New Call. Sin dai primi brani, con una composizione di Paul Motian (storico amico del Vicenza Jazz) e poi con Ornette Coleman come a dire: i giganti li affrontiamo senza timori.
Il set è volato via forte di una spiccata eterogeneità. In alcuni momenti sentivi anche lo spirito dello Zappa di “Grand Wazoo” e “Waka/Jawaka”. Un’orchestra viva, mai rigida, una direzione fisica quasi più che sintattica (e questo è un pregio notevole). La ricerca degli elementi fondanti quali il blues, il gospel, ma pure lo swing. Una Lydian che guarda di sguincio le tradizioni e rielabora passati dimostrando padronanza totale di ogni linguaggio della storia del jazz. Ad un certo punto, quasi come un involontario ponte col concerto precedente, torna il dramma umano e la riflessione sulla spiritualità con un Requiem che Brazzale dedica ai troppi bambini morti nelle guerre e nei mari e cita il Pithecanthropus Erectus di Mingus, brano che parlava dell’uomo che si crede Dio ma finisce per scavarsi la fossa o, come diceva Mingus stesso: una riflessione sulla stupidità dell’uomo moderno, che costruisce imperi solo per distruggerli con guerre, avidità e ignoranza.
Si passa poi per un omaggio a Steve Reich per finire con Self portraits in three colors dell’adorato Mingus, riferimento assoluto per chiunque affronti un ensemble medio-grande di jazz moderno. Un modo sontuoso per terminare una giornata in cui la firma del Direttore ha portato l’ennesimo mattoncino nella grande casa che da 30 anni costruisce arte in città ogni anno, quando la primavera è nel suo pieno, e le sere si fanno dolci come un sax tenore.
LYDIAN NEW CALL – Set List
tutti gli arrangiamenti di Brazzale, eccetto i brani di Michisanti e di Abate, arrangiati dagli autori.
Dittico:
1) Sleeping (G. Barba); soli: Giulia Barba (cl. basso)
2) Azurka (C. Fasoli); soli: Caputo (vib), Benedetti (valve trombone), Caliumi (sax alto)
3) It Should’ve Happened A Long Time Ago (P. Motian); intro: Maiore (cello); solo: Fochesato (tenore)
4) Ur-Blues (R. Brazzale, ispirato a WRU di Ornette Coleman); soli: Benedetti (tuba), Barba (baritono), sul blues, e Caliumi-Tedesco sull’up free
5) Requiem for Our Mother (R. Brazzale, ispirato al Requiem di Puccini); intro: Tedesco (trombino); soli: Abate (guitar) e Fochesato (tenor)
dittico
6) Repeating (F. Michisanti); solo: MIchisanti e ritmica
7) Kótrab in the blender (R. Brazzale; Kótrab sta per Bartók all’inverso, quindi Bartók nel frullatore);
8) On Piano Phase (M. Abate, ispirato a Steve Reich); solo: Abate.
9) Evidence (Monk); soli: Guerra, Abate, Tedesco Caliumi.
Encore
- Self Portrait in Three Colors (Mingus). Tre volte il tema.





