Se volete vivere il festival dovete avere giornate di 25 ore per 10 giorni, dovete per assurdo capire che ci sono “anche” i concerti, ma c’è tanto altro. Abbiamo detto dei locali, delle presentazioni, degli incontri, della vita notturna, degli aperitivi, abbiamo detto della città viva ed euforica. Non vi avevamo ancora detto dei film. Il Cinema Odeon, patrimonio nazionale e orgoglio cittadino, contribuisce attivamente al programma della rassegna e lo fa con alcune proposte di livello storico e artistico clamoroso. Stamattina alle 10.30 è stato proiettato uno dei capolavori assoluti del cinema degli ultimi 50 anni e uno dei molti capolavori di Francis Ford Coppola: La Conversazione (The Conversation). Coppola in quegli anni era un perfetto jazzman mancato. Sotto cieli di celluloide, barba da profeta, Francis, occhi come lenti di 35mm,
camminava tra le ombre di Hollywood come un poeta ribelle. Nato nel ’39, Detroit, cuore di ruggine, figlio di immigrati, cresciuto nei sogni di New York, con un nome che canta come un vino d’Italia.
Era il re dei mondi spezzati, scavava nell’anima umana, dove il potere sussurra e l’innocenza si frantuma.
Il Padrino era un’epica di sangue e famiglia, Apocalypse Now poi, un viaggio nel cuore nero del caos,
ma è La conversazione che vibra come un jazz notturno, un lamento elettrico, un urlo soffocato nella nebbia. Un film che è un blues paranoico. 1974, San Francisco, strade umide, luci al neon che tremano.
Harry Caul, il maestro delle ombre, con il suo sax e i suoi microfoni, ascolta il mondo, ma non lo capisce.
Giacca da pioggia, occhiali da nerd, è un monaco del suono, un eremita del controllo, spia per vivere, ma il suo cuore è un segreto. Due amanti parlano in una piazza, parole catturate dal vento, “Ci uccideranno se lo scoprono,” dicono, e Harry, il voyeur, affonda nel gorgo. Ogni ronzio, ogni eco, ogni silenzio è una porta verso la verità, o forse la menzogna. Coppola, con la sua cinepresa affilata, taglia la realtà come Kerouac tagliava la strada, frammenti di paranoia, ritmi di paura, un montaggio che pulsa come un cuore in fuga. E il finale, oh, quel finale, Harry che smonta il suo mondo, pavimenti strappati, pareti violate,
suona il suo sax, unico rifugio, mentre il mondo lo guarda, lo ascolta, lo tradisce. La conversazione non è solo un film, è un poema beat, un riff di jazz, un’ode alla solitudine di chi ascolta troppo.
E il tema di questa giornata, nel gorgo dei temi degli errori elogiati, è la conversazione che si fa nei momenti in cui più è profonda, ovvero quando si è da soli, faccia a faccia con quel che di vero si è, alla fine, giocoforza. La solitudine ha l’aroma di preghiere laiche, un misto di Gerusalemme e New York, di jazz e di silenzi che pesano. E un uomo che parla con gli dèi senza mai alzare la voce. È fragile, è forte, è umano. La solitudine è una stanza d’albergo a mezzanotte, un bicchiere di vino scadente e una canzone che non finisce. Quando sei solo, parli schietto, perché non c’è nessuno da impressionare, solo il tuo cuore che batte come un tamburo rotto. Essere soli è un’arte antica, un monastero senza mura, dove ogni pensiero è una preghiera o una bestemmia. Non c’è finzione, non c’è teatro. Le parole vengono fuori come sangue da una ferita, crude, vere, pesanti come pietre del deserto. Ti siedi con te stesso, e non puoi mentire: ogni rimpianto, ogni desiderio, ogni amore che hai sepolto sotto la cenere, torna a bussare, insistente, e tu rispondi, perché non hai scelta. La solitudine è una lingua che non tutti capiscono. È il silenzio tra le note di una canzone, il respiro prima di un verso. Ti parla di ciò che hai perso, ma anche di ciò che sei, di quella scintilla che brilla ancora, anche quando il mondo ti ha voltato le spalle.
Due concerti per piano solo al Teatro Olimpico sono il piatto forte del menù serale. Altri due solitudini, nel teatro in cui, per una strana alchimia, sebbene sei premuto contro il tuo vicino ti senti sempre solo dentro a quel luogo senza ormai più età. Inizia Shai Maestro, reduce dal suo Miniatures & Tales che per lui è un capitolo nuovo, un rischio preso con grazia. Dopo anni di trio e quartetto, di interplay con anime come Jorge Roeder, Ofri Nehemya e Philip Dizack, Shai si spoglia di tutto, solo lui e il pianoforte, un dialogo intimo, senza filtri. Quello che ci offre sono due anime ma un solo suono. Come il giorno e la notte in una sola contemplazione solitaria. A volte dei frammenti brevi, improvvisazioni che volano via, come poesie scritte su un tovagliolo e poi lasciate al vento. Altre volte pezzi più lunghi, storie intessute con pazienza,
melodie che si dipanano come fiumi lenti. Non è un pianista clinico, no, è caldo, umano, autentico. Il suo è un jazz colto, bianco, con molte sfumature classiche. Di certo ha studiato bene la lezione di Jarrett e quella di Evans ma in lui si sentono anche echi di Bartok e delle esperienze di Avishai Cohen (con cui ha suonato a lungo) e Omer Avital, esponenti di spicco della scena israeliana. A proposito di Israele, Shai non poteva non commentare quando accade nella sua terra e nel suo modo diretto e commosso ha detto che un uomo non è il suo governo e che moltissimi Israeliani lottano perché le cose cambino e la guerra termini. Il suo set è stato di composta eleganza e raffinato equilibrio.
Il secondo concerto per piano solo della serata è quello di Sullivan Fortner, e lo scenario è mutato completamente. Sullivan è dotato di una capacità tecnica assoluta, sa essere un architetto del suono, ma anche un poeta del silenzio. È capace di riportare un brano al suo scheletro emotivo e poi ricostruirlo da zero, come fosse un’antica cattedrale gotica con una facciata postmoderna. Un artista che guarda al passato senza nostalgia e al futuro senza paura. Il suo fraseggio è libero ma mai caotico, e spesso alterna momenti di intensa astrazione a passaggi lirici, bluesy, creando una narrazione musicale che assomiglia più a un monologo teatrale che a un “solo” jazz tradizionale. Le sue improvvisazioni sembrano camminare su un confine sottile tra controllo assoluto e abbandono emotivo. Nel suo repertorio c’è la storia della musica (soprattutto nera) del novecento. Non a caso ha voluto iniziare con “Golden Lady” di Stevie Wonder dicendo: “abbiamo perso Michael, abbiamo perso Prince, abbiamo perso Whitney, non dobbiamo perdere Stevie”.
Lo scarto tra Shai e Sullivan è quanto di più forte si possa immaginare. Quanto il primo è privato tanto il secondo è pubblico. Non cambiano solo i repertori e lo stile ma proprio anche l’approccio alla musica stessa. La conversazione di Shai Maestro è tra sé e sé, nel suo mondo, nei suoi amori, nel suo paese, nei suoi dolori. Quella di Sullivan Fortner è con la tradizione, con il suo popolo che è afroamericano e quindi di due mondi, con la storia del grande american songbook. Sullivan è un entertainer, Shai un poeta. Si diceva di tradizione. Il set di Fortner è proseguito con un ragtime infuocato, poi con il classico di João Gilberto O Grande Amor, quindi con un brano del (parole sue) “compositore che mia mamma ama di più” ovvero sé stesso e poi con uno dei tanti gioielli di Fats Waller, quella Ain’t Misbehavin, resa immortale da Luis Armstrong, che swingando di stride piano in modo giocoso dice “non sto facendo niente di sbagliato”, in fondo è solo jazz.
Sullivan Fortner ha divertito molto perché proprio il divertimento è uno degli ingredienti del suo show, come quando nel bis improvvisa sul tema di “Che gelida manina” dalla Bohème di Puccini. Ultimo momento del concerto e commiato da questa giornata fatta di silenzi, di confessioni, di conversazioni tra artista e strumento, di parole suonate e immagini ascoltate, di new conversations.





