Se il big bang fosse stata una nota? Una singola nota, un singolo suono, l’inizio di una composizione. Forse sarebbe il Do originario, la vibrazione primordiale, la frequenza a partire dalla quale si è costruito tutto il cosmo, l’intonazione dell’universo. Io me l’immagino così: un silenzio assoluto, più profondo di qualsiasi pausa in una partitura di Morton Feldman. Poi, all’improvviso, una singola vibrazione. Non un’esplosione, ma una risonanza. Una nota che si espande, si moltiplica, genera armonici, dissonanze, intervalli, fino a creare la sinfonia dell’esistenza. Un’onda sonora che diventa materia, tempo, spazio. Se il Big Bang fosse stata una nota, allora forse tutta la realtà è una composizione, e ogni particella una parte dello spartito, ogni essere vivente un timbro, ogni amore un tema ricorrente. E il silenzio finale? Forse, un ritorno a quella nota unica, la coda di un brano troppo grande per essere compreso ma perfettamente intonato.

Dimitri Grechi Espinoza nella straordinaria cornice della Chiesa di Santa Corona (che meraviglia sentire musica nelle chiese) ci ha portato la teoria tradizionale indù sulla risonanza (dhvani) e sulla primordialità del suono, espressa attraverso i concetti di ahata nada (suono udibile) e anahata nada (suono non udibile). Lo ha fatto col progetto OREB (nome del luogo dove il profeta Elia incontra la voce di Dio) che esprime, col sax dell’autore, una “voce di silenzio sospeso”, appena percepibile all’udito, che è la voce di Dio e quella nostra interiore, che è il suono udibile e quello inudibile.
Un’esperienza in cui trattenere il fiato diventa partecipare ad un altro respiro, umano e non umano. Astratto, con battiti del cuore lentissimi. Tanto che uscire e ributtarsi nell’affollatissimo sabato pomeriggio è stato uno shock di rumori. Piccola digressione in piazza. Oggi era anche la giornata dei musei, grazie all’impegno della Fondazione Roi. Palazzo Thiene, Museo Diocesano, Palladio Museum e Palazzo Leone Montanari, diventavano palcoscenici per altrettanti concerti, insieme a quel palco naturale che è la Loggia del Capitaniato dove, per tutto il pomeriggio, si svolgeva il Thelonious school day, dedicato agli studenti della ormai storica scuola di musica vicentina.

Il vecchio pazzo Thelonious, quello si che era l’elogio dell’errore fatto persona. Un mosaico rotto, splendido, tagliente. Un clown serio, un filosofo senza toga che pareva capace di far tutto tranne che il pianista, con quelle dita sbagliate, un’impostazione grezza, le note a volte prese quasi per caso. Sul palco, si alzava a metà brano, ballava una danza sghemba, girava su sé stesso, come un derviscio bebop, non per spettacolo, ma perché doveva, la musica gli scorreva nelle vene, lo muoveva come un burattinaio.
Rideva del mondo, ma non era cinico. Era come se vedesse qualcosa che noi non capivamo, un segreto nascosto tra un accordo dissonante e un silenzio improvviso. Perdonate la lunga parentesi, ma tra suono e silenzio si stende il ricordo. E allora ricordi siano. Ma a 78 giri.

Quelli trovati, dopo molti anni, nel caveau della Fondazione Roi e appartenenti al Marchese Giuseppe Roi in persona che si è rivelato un grandissimo ed espertissimo collezionista di Jazz. Quasi 300 dischi, la maggior parte 78 giri e la maggior parte ante seconda guerra mondiale, fino ai primi anni ’20. E così la Sonus Faber, azienda leader mondiale ed eccellenza cittadina, ha messo a disposizione uno dei suoi migliori impianti per portarci in questo viaggio nel tempo e in un abbraccio virtuale con Boso Roi.

Per Sonus Faber è un esperimento quasi storico per provare dei dischi vecchissimi con impianti all’avanguardia. Come dice Lorenzo Valè (che rappresenta l’azienda per l’occasione e per la collaborazione con il festival): “per noi i prodotti e ingegneria sono servizio della musica e non deve essere la musica a servizio dell’ingegneria”. Riccardo Brazzale ricorda che il primo disco di Jazz fu inciso a Milano nel 1919 quando alcuni musicisti meneghini sentirono i soldati americani ancora di stanza in Italia e provarono ad emulare il ragtime. Poi poco dopo, con il regime, il jazz veniva proibito ma i risultati furono piuttosto ridicoli. L’autarchia impose di chiamare Luis Armstrong “Luigi Fortebraccio” e Benny Goodman “Beniamino Buonuomo”. Ci sarebbe da ridere se non che erano anni drammatici. C’era comunque lo swing, ad esempio col Trio Lescano e sentirlo dopo 100 anni su un impianto sensazionale è stato qualcosa di sorprendente.
E quel rumore, quel fruscio, che è tempo passato, è cantina, polvere, solchi riempiti dagli anni e dall’oblio, che adesso tornano in vita. Tutto, in questa giornata, torna a far riflettere sul concetto stesso di suono, di rapporto col suono, e quindi col rumore, e quindi con l’assenza di suono. Il silenzio come impossibilità se non concettuale. Sorta di infinito non immaginabile. E io non so quanti tra i 380 presenti che gremivano la sala del ridotto del Comunale abbiano pensato alla parola “rumore” quando ha iniziato il primo set della serata, quello del Ralph Alessi Trio, ma molto probabilmente i più conservatori hanno avuto un moto di sorpresa non propriamente confortevole, soprattutto se si immaginavano l’Alessi dei suoi ultimi dischi per ECM. Eh no. L’uomo vive su un vulcano in eruzione. Influenzato da figure come Miles Davis e Ornette Coleman, Alessi ha sempre combinato elementi di jazz tradizionale e d’avanguardia, creando musica che è al contempo intricata e accessibile. La sua musica riflette un equilibrio tra la disciplina classica della sua formazione e lo spirito avventuroso del jazz moderno. Ma quel che ha portato a Vicenza ha del clamoroso.
Defralgrante come Dioniso con uno spartito, caotico come il traffico di una metropoli asiatica, spirituale come la pace che si ottiene solo dopo l’urlo primario di Arthur Janov. Un’ora di set che lascia senza fiato. Questo trio è qualcosa che merita di essere visto e rivisto. Si muove come un unico corpo cronemberghiano, mutando ferragli e sbuffi urbani, jazz post musicale, rumore armonico di eccitantissima compenetrazione corporale e mentale. Jim Black è uno dei più incredibili batteristi dell’avanguardia jazz in questo momento e il suo moto perpetuo è qualcosa di ipnotico e tellurico allo stesso tempo. In simbiosi pressoché perfetta con il lavoro superbo di Marc Ducret che tratta la sua chitarra abrasivamente senza quella cura di un Metheny con la sua baritono ma con la furia di un contrabbassista in preda al delirio. E Alessi “fa il Davis” in questo combo che fa venire parecchio in mente una delle più belle cose che erano accadute al post rock a fine del secolo scorso ovvero i meravigliosi Storm&Stress, che è sempre il caso di ricordare.
Ma rimane Davis, in fondo, nonostante questa oggi si possa chiamare senza dubbio avanguardia jazz. Il motivo è che il Davis di Bitches Brew aveva già portato il jazz oltre l’avanguardia. 55 anni fa. Che bizzarria il mondo. Era già tutto detto, e noi siamo ancora qui che andiamo avanti. Ma se il ventunesimo secolo è, in musica, il secolo del vivere le sale buone dei vecchi musei, questo trio di Ralph Alessi e questo concerto in particolare, molto probabilmente sarà la cosa più bella che vedremo a Vicenza Jazz 2025. Sappiamo che è presto per dirlo ma ormai l’abbiamo detto. Tant’è.
Dopo cotanta magia, si siamo tuffati nei Yellowjackets. Russell Ferrante, Bob Mintzer, Will Kennedy e Dane Alderson, non sono solo una band, sono un’idra a quattro teste che da oltre quarant’anni mastica jazz, funk, blues e qualsiasi cosa gli capiti a tiro. Nel ’77 iniziarono come mercenari per il chitarrista Robben Ford, un eroe del blues-rock, nel suo disco solista, The Inside Story. Ferrante alle tastiere, Jimmy Haslip al basso, Ricky Lawson alla batteria: erano una sezione ritmica fenomenale, unita come un pugno, con una chimica così elettrica da poter illuminare una città. La casa discografica di Ford voleva pop sdolcinato, ma loro volevano suonare, inseguire il drago del caos strumentale. Così mollarono le smancerie vocali, si chiamarono Yellowjackets (come un pericolo ronzante e pungente) e firmarono con la Warner Bros. Da quel momento, furono un treno in fuga pieno di groove.
Dal vivo sono come dei Weather Report meno tecnici, o degli Steely Dan meno perfetti. Se hanno un difetto è quello di essere un certo jazz da club elegante, non è la fusion dai ritmi scivolosi e sincopati che colpiscono come un gancio, questa è più musica con gli interni in pelle, poca avventura e molta comodità. Il concerto è stato in ogni caso di altissimo livello, sia chiaro, che qui ci si malintende in un istante. Onore al merito a Bob Mintzer, un colosso del sax che fa urlare un tenore come una banshee o ronfare come un’amante. Ma tutto il quartetto ha sfoggiato una maestria da salotti buoni, buonissimi, come mostrato da Dane Alderson, bassista che stende groove così profondi da poterci annegare. Ed il pubblico ha risposto in una maniera così entusiasta da stupire forse anche gli stessi musicisti, chiamati fuori per due bis.
Il rumore finale era quello degli applausi, delle mani dei presenti che tenevano il tempo. Mentre fuori, andando verso il centro, saliva un altro rumore, quello dei corpi liberi, delle migliaia di persone che riempivano le piazze, dei canti, di tutto quello che è jazz ed è il festival jazz. In una città che è più viva che mai nonostante chi non ci crede, e in un festival che non è solo quello che accade nei teatri, non lo è mai stato e mai lo sarà: è il rumore di gente che oppone al silenzio della provincia, la forza della vibrazione primordiale che si chiama musica.







