Ho sempre pensato che “abbaia la campagna” sia una delle frasi più belle della musica italiana. Sarà perché in campagna ci son cresciuto, sarà perché ci senti dentro un paesaggio che vedi, con le nebbie, i cani da caccia, gli orizzonti lunghi. Poi ho visto un’intervista a Lorenzo Cherubini, in arte Jovanotti, in cui dice che anche lui considera quel verso come il suo preferito. Ci son rimasto male. Eppure avrei dovuto felicitarmi con il “ragazzo fortunato” che dimostrava senno e buon gusto. Ma la poesia di Paolo Conte, sebbene sia talmente nota da appartenere a tutti, te la senti sempre un po’ solo tua. Una poesia molto nordica, snob, italiana a malincuore, da grandi bordeaux e gauloises senza filtro, impastata di elegante iconoclastia. Cosa può capirne Jovanotti, mi chiedo? Oggi la giornata (che poi significa il pomeriggio) è iniziato proprio con l’avvocato di Asti, a Palazzo Cordellina, dove si è presentato il libro di Antonio Stefani “Paolo Conte, nei paraggi” omaggio devoto e resoconto di decenni di rapporti tra l’avvocato della musica italiana e la nostra provincia.

La lettura è piacevolissima e piena di aneddoti che giustificano l’acquisto. Come quella volta che al convegno degli amici della musica Conte si smarcò dai grandi ospiti (tra cui l’oscar Ennio Morricone) e se ne andò con Stefani a cena da Remo, chiedendo solo la cortesia di non parlare di musica per poi finire per discutere di Aldo Cantarutti, gigante al tempo punta dell’Atalanta che verrà a fare 9 gol in 23 partite anche col Lane. Dal libro esce un Paolo Conte personaggio che riconosce di essere un selvatico, un piemontese di poche parole che ama la provincia. Ci sono i ricordi del primo concerto a Vicenza nel 1983 ma anche di quelli a Thiene, a Lonigo e Bassano. Fino al concerto “bufera” nel ’99 a Monte Berico. Durante la presentazione il piano di Alcide Ronzani ha accompagnato le letture di Stefano Ferrio come nel caso della celeberrima “Via con me”.
Paolo Conte è un patrimonio nazionale ed è jazz, nel senso puro del termine, perché unisce popolare a colto, meticcia e coltiva, nutre e affina. In abiti e cravatte impeccabili e senza il glamour pacchiano delle vane facce da rotocalco, vivendo quel mondo adulto in cui “si sbagliava da professionisti”. E, nell’anno dell’elogio dell’errore, scusatemi se è poco.

In piazza delle erbe poi alla Cantina del Tormento ci imbattiamo nel duo bizzarro formato da Franky Suleman e Tony Gallucci, il primo noto dj electro-techno e il secondo uno dei sax più versatili e presenti in città e non.
Vicenza Jazz, se Giove Pluvio lo consente, è anche un mini busker festival, trovate artisti in strade, vie, piazze, e l’atmosfera riempie calici di leggerezza. Come nel caso di Sabrina Turri (l’Analis Morissette berica) e Lele Sartori, all’Osteria Malvasia.
Ma la giornata era quella di Albert Laurence Di Meola, nato a Jersey City, il 22 luglio 1954, fieramente di origini italiane (dice lui). Quando lo vedi, sembra uno che ha appena litigato col manager e ha deciso che da quel momento in poi farà solo quello che vuole, e quello che vuole è suonare più note possibili al minuto e mostrare una tecnica che nella chitarra classica ha pochi eguali. In lui convivono due anime: il nerd del metronomo che da ragazzino si esercitava fino a far sanguinare le dita, e il poeta gitano che ti ruba l’anima con un arpeggio acustico. Ha il senso melodico di McCartney e la velocità di un Satriani impazzito in un treno di Paco de Lucía. E già che lo nominiamo, Paco. Con lui e John McLaughlin ha fatto una delle cose più sfacciate, folli e sublimi mai registrate: Friday Night in San Francisco. Tre chitarristi che si sfidano come cavalieri medievali, ma invece delle spade, si lanciano scale, accordi spezzati, ritmi irregolari e risate. Negli anni ’80 quel disco era la bibbia dei chitarristi nerd, e dopo 34 anni (il concerto era del 5 dicembre del 1980 ma l’album fu pubblicato il 10 agosto del 1981) è rimasto la bibbia dei chitarristi nerd. E il concerto di ieri è stato (ormai avete capito dove si va a parare) un trionfo per i chitarristi nerd.
C’è una precisione da svizzero in ogni sua nota, ma anche una libertà da nomade. È un contraddittorio vivente. Il tipo che ha fatto innamorare i metallari con Race With Devil on Spanish Highway, ma che poi ti tira fuori un classico come Elegant Gypsy e ti sbatte in faccia che la velocità può anche avere l’anima. Di Meola, col concept di questo festival c’entra come me col veganesimo. Non esiste un briciolo di “elogio dell’errore” in lui, tutto è perfetto e tecnicamente chirurgico. Per questo molti lo digeriscono poco. Sapete cosa? Che rimanga tra noi, ma non hanno tutti i torti. Alla fine pubblico in piedi, e ultimo bis quella Mediterranean Sundance/Rio Ancho che lui e il compianto Paco de Lucía regalarono al mondo in quel lontano venerdì sera del 1980. Questo venerdì invece finisce qui.




