Oggi ricomincia quel periodo dell’anno in cui Vicenza si trasforma in una città vivissima, colorata di anime e umori, nottambula e creativa. Il festival jazz arriva alla sua ventinovesima edizione e lo fa con un cartellone di tutta importanza e noi seguiremo tutte le undici giornate di concerti ed eventi dandovi resoconti, recensioni e immagini. Il titolo quest’anno ci regala una riflessione su un concetto che in musica, ma non solo, è di enorme rilevanza speculativa: l’errore. L’errore è la cosa più onesta che esista nella musica. L’errore è la crepa nella cattedrale di Bach, è il rutto fuori tempo di un sassofonista ubriaco nel ’59, è Keith Moon che si ribalta la batteria addosso e inventa un altro tempo che nessun metronomo aveva previsto. L’errore è vita. L’errore è musica. Tutto il resto è studio di registrazione e autopsia. Diceva Miles Davis: “Non è l’errore a contare. È come lo suoni dopo.”. La quintessenza del jazz. Una nota sbagliata? Falla diventare un motivo. Un raddoppio ritmico? Digli che era sincopato. Se la musica è linguaggio, allora l’errore è la balbuzie che diventa poesia. Lo scazzo che diventa stile.

In principio era il jazz. O meglio, in principio era New Orleans, era il bordello, era il sudore. Il jazz ha preso gli errori degli spiritual, i mezzi toni del blues, le imprecisioni della marching band, li ha fatti esplodere, li ha mescolati e li ha serviti ghiacciati come un bourbon nel bicchiere della notte. Ascoltate ad esempio “The Shape of Jazz to Come” (1959) di Ornette Coleman. Un titolo arrogante, volendo, ma anche profetico. Quei dischi erano un rompicapo per i puristi: scale fuori posto, assoli senza centro, strumenti che sembrano suonare a caso. E invece no: erano errori che si rifiutavano di essere corretti. Erano verità in musica. Lì l’errore era il punto di partenza. E se Charlie Parker poi suonava così in fretta da sembrare sul punto di schiantarsi, era perché giocava con l’errore come un acrobata senza rete.

Poi è arrivato il rock. E lì l’errore è diventato identità. Elvis sbagliava le parole, Little Richard cantava con la bava alla bocca, i Kinks hanno costruito la distorsione perché avevano un ampli rotto. Quando i Beatles registrano Twist and Shout, Lennon ha la voce distrutta: è quell’errore che rende la take mitica. Ma nessuno ha fatto dell’errore un’epopea come i Velvet Underground. Lou Reed sapeva benissimo che bastavano tre accordi suonati male per dire tutto. John Cale portava il dramma dell’avanguardia (La Monte Young, Tony Conrad) nel rock da garage. Moe Tucker pestava come una punk prima della parola. Tutto stonato, tutto lento, tutto vivo. L’errore come estetica. L’errore come verità. E i punk? I Ramones? Quattro accordi, tre errori e un album da 29 minuti che ha cambiato la storia. Sid Vicious che sbaglia tutto ma è puro, è vero. Il rock vive perché sbaglia.

Ma non si pensi che l’errore sia solo roba da sporchi strimpellatori. No, l’errore ha trovato casa anche nei templi della musica alta. Prendete John Cage: 4’33’’ di silenzio. Lì l’errore sei tu, che tossisci, che ti muovi, che sussurri. L’errore è previsto, accolto, glorificato. Karlheinz Stockhausen e Pierre Schaeffer registrano suoni del mondo, rumori industriali, registrazioni sbagliate e ne fanno sinfonie. Luciano Berio e Cathy Berberian che trasformano l’incomprensibile in oro. Frank Zappa? L’errore lo fa diventare jazz, commedia, struttura. Diceva: “Senza deviazioni dalla norma, il progresso non è possibile.” Ecco, l’errore come progresso. La dissonanza come scoperta. Il clamoroso stonare come spartiacque. “Trout Mask Replica” di Captain Beefheart per chi non ha orecchie allenate può sembrare rumore, o peggio ancora un disco di ubriachi fuori tempo e incapaci. Invece è uno degli album più iconici, stranianti e rivoluzionari della storia della musica rock. Un’opera che sfugge a qualsiasi definizione semplice: è avanguardia mascherata da rock, è blues decostruito, è free jazz con testi dadaisti, è un manifesto di libertà sonora e poetica. Una dichiarazione artistica assoluta: rifiuta la commerciabilità, la facilità d’ascolto, e persino la coerenza stilistica. È un urlo anarchico contro il conformismo musicale, e insieme un’esplorazione poetica di ciò che può essere una canzone quando non ha più limiti, come una partitura cubista. Ma i dischi che sfidano le convenzioni e trasformano la dissonanza, l’improvvisazione o la sperimentazione radicale in poetiche sonore sono molti: da “Ascension” di John Coltrane a “The Heliocentric Worlds of Sun Ra” di Sun Ra, da “Not Available” dei Residents a “Deceit” dei This Heat, da “Aventures & Nouvelles Aventures” di Ligeti a “Gesang der Jünglinge” di Stockhausen, fino a “Twin Infinitives” dei Royal Trux o al cantautorato fuori norma di Scott Walker e Tom Waits.

Viviamo nell’era dell’autotune, della griglia quantizzata, dei plug-in che correggono anche l’anima. Ma lì dentro non c’è sangue. Non c’è errore, non c’è sorpresa. Non c’è jazz. Non c’è garage. Non c’è punk. Non c’è verità. L’errore è la vita che entra nella musica senza chiedere permesso. È il motivo per cui Kind of Blue di Miles suona ancora come un miracolo. È il motivo per cui ascolti Astral Weeks di Van Morrison e senti qualcosa che sfugge, che vibra, che sbaglia, e proprio per questo ti spezza. Noi non vogliamo perfezione. Noi vogliamo umanità. E l’umanità, se vale qualcosa, vale perché sbaglia. Perciò lunga vita all’errore. Al colpo mancato che crea il riff. Al do scordato che diventa un nuovo modo di sentire. A chi inciampa sulla tastiera e scopre un altro universo. Ai batteristi ubriachi. Ai chitarristi che non leggono spartiti. Ai cantanti stonati ma sinceri. Se la musica è amore, allora l’errore è il suo batticuore.






