Pace. Cosa significa pace? La pace, sì, è anche assenza di guerra, ma più che un negativo, un toglimento, è un terreno fertile pronto ad accogliere la vita, a riconoscerle la sua dignità. Quanto è importante la pace per gli uomini? Per noi, la pace è tutto. Noi siamo la pace e da noi comincia. Sono questi pensieri che hanno animato l’incontro del 9 maggio 2025, quando nell’auditorium dell’ITS A. Rossi di Vicenza si sono incontrate musica, meditazione e fisica quantistica, a parlare di pace.

Si inizia con un canto ritmato, un pianoforte allegro, le dita che scorrono leggere sulle corde di una chitarra, pizzicandole di tanto in tanto. E’ un richiamo irresistibile all’azione, è la sveglia trillante che batte e ribatte un messaggio: alzati, vivi, lotta. Le musiche del Luca Bassanese Trio hanno acceso il pubblico in una scintilla collettiva. Lo stesso fuoco è stato poi dolcemente ravvivato dalle parole quiete e decise di Carla Freccero, monaca buddista, che avvolta da drappi vermigli ha raccontato di un’antica pratica benefica dell’oriente asiatico: la meditazione. Certo anche nei nostri luoghi se ne sente parlare, ma spesso è trattata come una moda, con leggerezza: le persone provano, falliscono e la abbandonano. Ma come si può fallire nella meditazione, pensando di non esserne capaci? La meditazione è un momento di introspezione, in cui abbandoniamo ogni interazione con il mondo esterno per rientrare in noi, nella nostra mente. Il ‘fallimento’ iniziale che porta tanti avventurieri della meditazione a dire, non senza una certa frustrazione, ‘basta non ci riesco’ è semplicemente il rendersi conto che, nella dimensione interiore in cui si entra meditando, c’è un caos allucinante. Chiudiamo gli occhi ed ecco che pensieri si accavallano, ricordi passati e angosce future si sovrappongono furiosamente. Un nugolo di pensieri in cui la guerra regna sovrana, questo è il primo sipario che si apre agli occhi della mente, guardando in noi. La buona notizia è che questo caos è il primo passo della meditazione: la consapevolezza del conflitto presente porta in sé semi di pace. Una pace interiore, libera dalle ansie del passato che non è più e del futuro che non è ancora. Nell’attimo attuale, nell’ora, che si fa eterna gioia, si trova la pace e la nostra illuminazione. Alle parole di Carla è seguito il mantra del Buddha della compassione, cantato dalla giovane Giulia. Ma resta ancora da ascoltare cos’ha da dire la fisica quantistica, una parola relativamente nuova e complessa, sulla pace.

Ecco introdotta subito la voce protagonista della serata, quella profonda e pacata di Federico Faggin che in un paio d’ore, rispondendo alle questioni poste da Fabio Grigenti, ha introdotto la sua teoria sulla realtà. La domanda di fondo è filosofica, antica di millenni: cosa sei tu nel mondo? cos’è l’uomo? Un interrogativo a cui ciascuno dà una risposta con la propria vita, tuttavia ci sono paradigmi, idee, ideologie che nel tempo hanno prevalso e, anche senza alcuna prova di verità, ci sussurrano all’orecchio dalla nascita “questo è ciò che sei”, “questo è l’uomo”. Le due tendenze polarizzate rispetto a cui si confronta Faggin sono la scienza e la religione. La religione è intesa, sinteticamente, come quella rigida custode di verità, che lascia all’uomo-peccatore il compito di avere fede nei suoi dogmi e nega al fondamento la legittimità di altre fedi. La sua controparte, a cui è rivolta maggiore attenzione, è la scienza con la s minuscola, aspramente criticata da dentro. Si tratta dell’atteggiamento scientista che adora ed eleva a tal punto la scienza da rendere questa dogma, e chi non accetta il dogma un nemico folle, pericoloso e soprattutto ignorante. Con la scienza o contro la scienza. Il giovane Federico Faggin, fisico e inventore, aveva scelto la scienza. Non solo, aveva anche fatto tutte quelle cose che nella nostra società ti promettono una vita piena, senza pensieri. Ti viene chiesto da una voce impersonale e onnipresente di riporre la tua felicità nel futuro, per poi lasciarti con qualche anno in più, più infelice di prima. E’ proprio a partire da qui che si inizia a parlare di pace, ma non senza aver prima nominato la guerra. Infatti la pace comincia da noi, da ciascuno di noi – sentenzia Faggin – così come la guerra. Nella sua vita adulta, nonostante le gioie e i successi, Faggina racconta di una silenziosa infelicità. Un peso che molti si portano dentro, una sofferenza tutta interiore che viene nascosta dagli altri e da noi stessi, coperta da maschere su maschere. E la guerra là fuori, la violenza reale, viene dalla guerra che abbiamo dentro. Per scoprire la pace dobbiamo svelare la guerra, il turbamento e scoprire che c’è altro: dentro, noi, siamo amore. Davanti a questa trovata consapevolezza, la scienza appare insufficiente a rendere conto dell’amore umano. Lo sconfinato affetto che un genitore può provare per il figlio è solo una serie di segnali biochimici? La scienza direbbe sì. Cos’è per la scienza l’uomo? è una macchina in cui l’amore è una funzione e la coscienza una proprietà epifenomenica della materia grigia. Siamo un complesso ingranaggio che se ha dei problemi viene aggiustato, agendo sulla pura materia, e quando si rompe, fisiologicamente, diventa concime per i fiori. Si legittima così un parallelismo tra l’uomo e il calcolatore, il computer, l’artificiale. Si sceglie di credere all’uomo macchina, si sceglie di credere che tutto è materia, un composto meccanico di particelle discrete. Tuttavia questo paradigma radicalmente materialista, adottato dalla fisica classica e di grande successo nell’epoca contemporanea, non è autoevidente ma il frutto di una scelta: è un presupposto mai provato che abbiamo deciso essere la verità. Anzi, la scienza stessa ha scoperto già più di settant’anni fa che la realtà non è affatto riducibile a particelle materiali separabili, attraverso la fisica quantistica. Per la fisica quantistica le particelle sono stati del campo interconnesse indipendentemente dalla lontananza, che emergono e spariscono dallo spazio tempo, come onde di un mare sconfinato che si muovono, ondeggiano, si immergono e riemergono tutte insieme nello stesso mondo.

La teoria elaborata da Faggin e numerosi ricercatori, basandosi proprio sulle considerazioni della meccanica quantistica, rileva che lo stato di un campo quantistico (le onde nel mare v. s.) ha le stesse proprietà della nostra esperienza cosciente, del nostro pensiero (una spiegazione limpida e approfondita di tale teoria è rintracciabile nel libro Oltre l’Invisibile, F. Faggin edito Mondadori). Questo ha portato Faggin ad attribuire un’ulteriore proprietà all’universo inteso come campo quantistico, esso infatti oltre ad essere dinamico poiché non è mai lo stesso, istante dopo istante, e olistico poiché in esso tutto è interconnesso, sarebbe anche cosciente. L’universo vuole conoscere sé stesso e a permettere questo atto libero di riflessione siamo noi stessi, noi dentro al campo siamo il campo cosciente. Siamo parti-intero del campo, come ogni cellula del nostro corpo è una parte-intero del corpo: ognuna contiene l’intero genoma che ha creato l’organismo, ogni parte è interconnessa e conosce il tutto di cui è parte. Questo ambizioso e sincero capovolgimento del pensiero dominante passa muta l’attitudine verso il mondo, luogo di connessioni irriducibili, verso l’uomo, non solo un corpo finito, verso la vita e soprattutto verso la morte. Quell’angolo buio che si ignora finché si può e rappresenta tragicamente la fine totale, diventa qui il momento di abbandono del corpo ma non della vita: il corpo se ne va, ma noi restiamo nel campo, connessi e interconnessi come prima.







