Vicenza: città di pettegoli, permalosi e finti profili alti.

(con qualche verità storica e un bel po’ di amore camuffato)

Non è necessario aver vissuto a Vicenza per capirla. Basta fermarsi un paio d’ore in piazzetta Palladio, magari un sabato in tarda mattinata, tra l’aperitivo e il pranzo. Sedetevi nei bar o nei ristoranti vicino alla Basilica Palladiana, ordinate uno spritz macchiato o un piatto di baccalà e osservate e soprattutto ascoltate gli indomiti templari seduti nei loro troni da cui giudicano i vivi e i morti, reucci del centro storico. Il pettegolezzo, a Vicenza, non è un vizio: è una forma di socialità. Una specie di wikipedia orale in cui ogni informazione è aggiornata all’ultimo litigio condominiale. Chi va con chi, chi ha cambiato macchina, chi ha chiesto un mutuo e non lo dice in giro, chi ha bevuto troppo e ha fatto una gaffe.
A Roma si chiama “voce di popolo”, a Milano “indiscrezione”, a Vicenza xe par tì, ma no dirlo a nissuni”. E da lì parte l’eco.

Hanno carattere i vicentini, e pure un caratteraccio. Spero non si offendano, ma tanto si offenderanno.
Il vicentino medio ha la permalosità istituzionalizzata. Se ne scrivete bene, dirà che vi serve qualcosa. Se ne scrivete male, non ve lo perdonerà per almeno tre generazioni. La vendetta, qui, non è un piatto che si serve freddo. È una marmellata: si conserva in dispensa per anni. Eppure, il difetto non è tanto la permalosità, quanto il compiacimento con cui la si esercita. È come se ogni risentimento, anche minimo, fosse un piccolo trofeo da esibire.

La storia insegna che Vicenza ha sempre avuto un talento naturale per l’autonomia borghese e la diffidenza nobile. Durante la Repubblica di Venezia, pur essendo formalmente parte del dominio, Vicenza conservò un’anima tutta sua, spesso in attrito con il potere marciano. Era alleata, sì, ma con il freno a mano tirato. E non stupisce che Antonio Pigafetta, il cronista di Magellano, fosse proprio vicentino: meticoloso, preciso, e con una voglia evidente di mettere le cose in chiaro. Un cronista di gossip ante litteram, in fondo: solo che invece di commentare le storie d’amore della città, annotava i fusi orari e i cibi esotici delle Filippine. Più tardi, il Risorgimento vide Vicenza protagonista, ma non come Napoli o Milano, con slanci epici. A Vicenza si fece la battaglia del 1848, sì, ma con moderazione, e soprattutto con grande attenzione alla proprietà privata. I cannoni sparavano, ma si cercava di non rovinare i balconi Palladiani.

A differenza di Verona, che si specchia nel romanticismo tragico di Giulietta, o di Padova, che ostenta la sua università e il suo Santo come medaglie, Vicenza non vuole apparire. Vuole essere stimata. Eppure, questo understatement nasconde un bisogno di approvazione costante, ma non dichiarato. Come in politica, in cui Vicenza ha sempre avuto un’anima moderata, perché qui le rivoluzioni si fanno sottovoce, e solo dopo aver parlato con il commercialista. Il PCI, per esempio, non è mai stato forte. Ma la DC sì, eccome. Quella di Rumor, figura esemplare di vicentino doc: educato, silenzioso, ma determinato come un masso del Grappa. E, guarda caso, spesso maltrattato proprio dai suoi concittadini. Perché, in fondo, a Vicenza non si perdona neppure il successo.

Il fattto è che Vicenza è un gioiello ma pochi lo dicono e meno ancora ci credono. Più facile, molto più gustoso, è farne la caricatura di una città in disfacimento, uno scenario grigio dove i negozi chiudono e la sicurezza è una parola tradita dietro ogni angolo. Ma, badate, a sentire i vicentini (o meglio, i “veri” vicentini, quelli da bar, quelli da spritz con giudizio) sembrerebbe che il disastro sia una specialità esclusivamente locale. Per il vicentino medio, Vicenza è il centro dell’universo, e il suo male un male superiore, più puro, più ingiusto. Il negozio che abbassa la serranda in Corso Palladio diventa un segno dell’Apocalisse imminente, mentre se a Milano chiudono dieci librerie nel giro di un mese si borbotta appena. Sulla sicurezza poi neanche a parlarne, nonostante Vicenza sia una delle città più sicure del Veneto qui ci si lamenta sempre. Perché il vicentino è fatto così. Figlio di una terra operosa ma introversa, capace di costruire fortune ma incapace di lodare chi ci prova davvero. Perché il vicentino si fida solo del proprio orticello e guarda con sospetto ogni giardiniere che osa proporgli di piantare qualcosa di nuovo.

Se c’è un cancro che ha preso corpo nel dibattito morale e proto calvinista della vicentinità è quello del “profilo alto”. Il concetto di “profilo alto”, così come si usa in politica, nel giornalismo, nella comunicazione pubblica, è spesso considerato sinonimo di autorevolezza, sobrietà, serietà istituzionale. Ma, a ben vedere, è anche il trionfo del perbenismo, della conformità alle aspettative sociali e mediatiche, della rinuncia al rischio e alla verità scomoda ed è profondamente vicentino. Ecco perché un vero libertario, cioè chi crede nella libertà come valore radicale, ne diffida, e lo rifugge. Ed ecco perché un vero libertario a Vicenza non offre il fianco, ma la gola. “Tenere un profilo alto” significa evitare cadute di stile, non esporsi troppo emotivamente o ideologicamente, non parlare troppo, o troppo forte, non mostrarsi troppo vicini né troppo lontani da nessuno, incarnare la forma, più che la sostanza. È una postura che piace al potere, alle istituzioni, ai grandi media. Profuma di “responsabilità”, ma spesso odora di autocensura. In realtà, il profilo alto è un’altra forma di ipocrisia beneducata. Serve per non disturbare, per restare amabili anche quando bisognerebbe essere duri, diretti, divisivi. È la voce bassa dell’opportunismo, quella che teme le parole troppo vere perché potrebbero dividere, infastidire, fare rumore. È il linguaggio del manager politico, del tecnocrate, del burocrate: sempre calibrato, mai affilato. Chi ha un profilo alto spesso non dice nulla, o lo dice in modo tale che non si capisca. Vicenza avrebbe un bisogno estremo, lo dico ad alta voce, ESTREMO di profili non bassi ma liberi, perché chi ama la libertà sa che non si difende a colpi di galateo. Il vero libertario, se deve scegliere, tiene il profilo storto, ruvido, tagliente. E per questo è davvero libero.

Quindi alla fine cos’è, questa Vicenza? E soprattutto: è una città libera o perdutamente democristiana e ottusamente perbenista? Vicenza forse è un miscuglio raro di sobrietà e puntiglio, di eleganza e sospetto, di campagna ben vestita e città che si crede piccola, ma pensa come una capitale morale. È una terra dove si mangia bene, dove si lavora tanto e si ostenta poco, dove si giudica molto, ma si aiuta sempre, anche se con brontolìo. Città di pettegoli e permalosi? Città di profili alti e umili? Città di falsi e peccatori? Sì, certo. Assolutamente si! Ma anche città di dignità silenziosa, di onestà ostinata, di storie piccole che si credono grandi e spesso lo sono davvero. Se ci passate, non aspettatevi per forza abbracci, ma se vi capita di ricevere un bicchiere di tocai senza motivo, sappiate che, a modo loro, vi stanno volendo bene. Però voi vicentini, per favore, esagerate, alzate la voce, rischiate l’impopolarità, mettetevi di traverso. Come diceva il protagonista di “Zabriskie Point”: c’è qualcuno che sarebbe anche pronto a morire, ma non di noia.

Febbraio 2026

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