È il 2025. Anno di grazia, o di disgrazia, a seconda di dove ti collochi nel caleidoscopio ideologico che chiamiamo opinione pubblica. Viviamo in un tempo che si dice post-pandemico, post-verità, post-democratico, post-umano. Un tempo post-tutto, tranne che post-imbecillità, che invece gode di ottima salute. Eppure, ci ostiniamo ancora a parlare di “verità” e di “politica”, come se fossero entità separate, quando in realtà sono due danzatrici siamesi che si contendono il palcoscenico a colpi di gomito e finzioni. La verità, nel 2025, ha smesso di essere una conquista. È diventata una scelta di campo, un’opinione col bollino, un taglio editoriale. Nella babele algoritmica che chiamiamo informazione, ogni fatto è contro-fattuale, ogni dichiarazione è un meme, ogni smentita è una conferma mascherata. L’oggettività è passata di moda come i mocassini bicolore. Ci si dice: “Verifica le fonti.” Ma quali fonti? Le stesse che due minuti dopo vengono bollate come “comprate da Soros”, o “manipolate da Putin”, o “infiltrate dal gender, dal deep state, dai rettiliani, dai pizzaioli pedofili”. La verità è diventata una suggestione narrativa, una possibilità estetica. Piace, oppure no. Serve, oppure no. E viene trattata di conseguenza.

La politica, che dovrebbe essere l’arte del possibile (Bismarck dixit), è oggi l’arte del plausibile, del “sembra vero”, dell’“è virale quindi funziona”. Un teatro permanente di affabulazione e liturgia social: dal Parlamento a TikTok, dai talk-show alle dirette Instagram del sottosegretario alla semplificazione (che ovviamente complica tutto), ogni politico è un attore, ogni attore un potenziale politico. Un tempo c’erano le ideologie, le appartenenze, persino i tradimenti clamorosi. Ora ci sono i “frame” e se sei in grado di infilarti in un frame vincente (ecologista, sovranista, progressista, ultrareazionario con twist queer) allora sopravvivi. Altrimenti: addio. Non serve dire la verità. Serve interpretarla.

E qui entriamo nel cuore della questione: non è vero che la politica mente sempre. Mente quando serve, e lo fa con stile. La differenza non è tra vero e falso, ma tra credibile e inaccettabile. Quando un ministro promette “riforme epocali” e poi produce tre emendamenti vaghi, nessuno grida allo scandalo. È il gioco. È il frame. Quando un leader di opposizione grida al golpe per ogni decreto legge, non ci si indigna. Si condivide il video. Si memifica. La bugia politica non è più scandalo: è contenuto. Ma guai a dire una verità non autorizzata. Guai a dire che i salari stagnano perché abbiamo costruito un’economia basata sul ricatto. Guai a dire che l’Occidente si difende con le armi e con l’ipocrisia. Guai a dire che la libertà d’espressione vale meno di una sponsorizzazione su TikTok. Quelle non sono verità. Sono provocazioni, sono pericolose, sono da rimuovere. Platone avrebbe detto: la verità è l’idea. Nietzsche avrebbe detto: la verità è una finzione utile. Oggi diciamo: la verità è il prodotto più fragile sul mercato. I pochi che ancora provano a cercarla vengono accusati di essere élite, radical chic, dissidenti, disadattati, guastafeste. Sono i Don Chisciotte digitali, armati di podcast e sondaggi, pronti a farsi infilzare dalla grande macchina della narrazione ufficiale. Perché diciamolo: alla verità, oggi, non ci crede più nessuno. Ma tutti la pretendono.
Come il caffè perfetto: deve essere forte, dolce, bollente, ma senza bruciare. Una verità servita nel vassoio dell’empatia, possibilmente inclusiva, ma non scomoda, rivoluzionaria ma rassicurante.

E allora eccoci qui, nel 2025, a vivere in un mondo che ha abolito la verità senza accorgersene, e che ha trasformato la politica in uno spettacolo autistico. Ci parliamo addosso, ci indigniamo in 280 caratteri, firmiamo petizioni mentre scorriamo video di gattini e bombardamenti. Nel migliore dei casi, chi governa amministra il silenzio. Nel peggiore, amministra la menzogna con la grazia del consenso fabbricato. Ma attenzione: non è detto che sia la fine. Forse siamo solo in una fase di transizione. Forse questa morte della verità è la premessa per una rinascita. Non abbiamo soluzioni e diffidiamo di chi ne propone, specialmente se a colori. Ma la verità tornerà. Non perché la invocheremo, ma perché la realtà bussa sempre. E spesso, sfonda la porta. Quando questa crisi, che è economica, climatica, militare, digitale, ci metterà veramente e definitivamente con le spalle al muro, non basteranno i frame, né le dirette social. Serviranno risposte. E la verità, quella brutta, scomoda, antipatica, tornerà a essere indispensabile. Sarà forse allora che ricominceremo a distinguere la politica dalla pubblicità, il pensiero dal marketing, la parola dalla propaganda. Fino ad allora, restiamo a osservare. E a scrivere. Perché se la verità ha bisogno di un rifugio, che almeno le sia concessa una frase ben costruita.











