Al Teatro Comunale di Thiene, sabato 29 marzo, è andato in scena uno spettacolo che è stato, allo stesso tempo, coltissimo e leggero, divulgativo e divertente, raffinato e per tutti. Già questo basterebbe a spiegare come “30 x 100” sia un progetto molto particolare. L’idea alla base è originalissima. Unire due capolavori, uno musicale e uno letterario, in una narrazione a due voci che però si intersecano e trovano terreni comuni. Le Variazioni Goldberg di Johann Sebastian Bach e Centuria di Giorgio Manganelli, pur appartenendo a epoche e ambiti artistici differenti, presentano sorprendenti affinità strutturali e stilistiche. Il primo è un capolavoro della musica barocca, il secondo un esperimento letterario tra il surreale e il ludico, ma entrambi condividono un principio di variazione formale che diventa esso stesso il centro dell’opera.

Bach compone le Variazioni Goldberg come un raffinato esercizio di trasformazione musicale: un’Aria iniziale viene trasfigurata in trenta variazioni che ne rielaborano la struttura, il ritmo e l’armonia senza mai tradirne l’essenza. Analogamente, Centuria di Manganelli è una raccolta di cento racconti brevissimi, ognuno dei quali gioca con la forma narrativa, rielaborando costantemente gli stessi temi: il destino, il paradosso, l’identità. Dal punto di vista stilistico, Bach e Manganelli adottano un approccio simile nella costruzione dell’opera: il primo con una scrittura contrappuntistica rigorosa, il secondo con un linguaggio letterario denso e ironico, ma entrambi sfruttano il potenziale combinatorio delle loro rispettive arti. Se nelle Variazioni Goldberg troviamo fughe, canoni e danze che si susseguono con logica matematica, in Centuria ogni racconto è una sperimentazione sulla brevità, un esercizio che condensa e rielabora la forma narrativa tradizionale. Altro aspetto che li accomuna è il rapporto tra ordine e libertà. Le Variazioni Goldberg sono vincolate da uno schema preciso ma lasciano spazio a un’espressività sorprendente, mentre Centuria, pur nella sua rigidità formale, consente a ogni racconto di diventare un microcosmo autosufficiente. Entrambe le opere dimostrano come la ripetizione e la variazione possano diventare strumenti di creazione, dimostrando che l’arte più innovativa nasce spesso dai vincoli più stretti.

Gioele Dix e Ramin Bahrami sono i brillanti padroni di casa di un salotto elegante ma aperto a tutti, dove si conversa amabilmente e spesso ironicamente (l’autoironia del maestro iraniano è particolarmente deliziosa) e dove si ascoltano le Variazioni (seppur ridotte) e una scelta di brani da Centuria, a volte separatamente, altre in sincrono. L’effetto finale è quello di aver passato una serata quasi d’altri tempi, in cui condividere il sapere nel confronto era prassi, e in cui la forma era sostanza. L’ironia surreale di Manganelli e la perfezione di Bach, che è forse il più grande artista si sia mai addentrato nel senso divino dell’esistenza, stavano così bene insieme che aleggiava sulla platea uno strano, inatteso, senso di quiete.










