MORIRE DI CARCERE. ANCHE A VICENZA

Il 3 ottobre scorso in Senato c’era un’interrogazione sul sovraffollamento delle carceri, uno dei temi più di attualità e di urgenza. Erano presenti in tutto una dozzina di senatori. Un’aula praticamente deserta. La contraddizione tra l’aula vuota del Senato e le carceri piene, fin troppo piene, spiega la distanza siderale tra la politica e la realtà ma anche tra l’opinione pubblica e il problema carceri, visto che salvo rare eccezioni, nessuno pare preoccuparsi più di tanto.

il Senato durante l’interrogazione sulle carceri l’11 ottobre (fonte Filippo Sensi)

I dati, aggiornati all’11 di ottobre, ci mostrano una situazione insostenibile, con ben 76 suicidi in carcere dal primo gennaio in poi. Il numero 74 è vicentino e scoperchia uno scenario di assoluta problematica di cui già avevamo parlato. A Vicenza il disagio rimane di livello molto alto e la Camera Penale Vicentina con l’Osservatorio Carcere sono sempre più in difficoltà e messi di fronte ad un’emergenza umanitaria. Cosa si può fare per fermare questa costante crescita del numero dei suicidi? Cosa fare per arginare il sovraffollamento delle carceri? Cosa per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla qualità della detenzione?

aggiornato al 11/10/2024

Le cause dei suicidi sono difficili da decifrare con sicurezza. Probabilmente l’aspetto emulativo inizia ad essere rilevante, così come quello di protesta, ma rimane di fondo la certezza che l’invivibilità delle carceri italiane sia la causa delle cause. Il Presidente Mattarella a fine marzo lanciò un appello dicendo che “sui suicidi in carcere servono interventi urgenti”. Ad oggi quell’appello è inascoltato. Anzi, sono aumentati anche in maniera preoccupante i casi di autolesionismo e di violenza e le proteste in conseguenza alle condizioni di detenzione che ledono la dignità umana. La politica nel frattempo pare cieca e sorda. Il nuovo DDL sicurezza ne è un esempio, pieno com’è di nuovi reati e inasprimenti di pena. Parliamo di una trentina di modifiche al codice penale formulando venti nuovi reati, estendendo sanzioni e aggravanti, e in alcuni casi ampliando le pene previste per reati già esistenti. Sul fronte carceri prevede pene fino a vent’anni per chi protesta. Si tratta del reato di “rivolta all’interno di un istituto penitenziario”. Tra gli “atti di resistenza” rientrano anche i comportamenti di resistenza passiva che ostacolano il mantenimento dell’ordine nel carcere o l’attuazione di atti d’ufficio. E questo si somma alla stretta sul micro spaccio e sui tanti altri reati a cui accennavamo prima. Se questo è il sentore popolare, non c’è di che essere ottimisti. Se questo paese ha un vice premier che quando parla di detenuti usa dire “buttar via la chiave e marcire in carcere” c’è davvero poco per sperare si espanda una cultura del giusto carcere riabilitativo. Lo si vede anche tra i minori. C’è stato un incremento del 16,4% delle detenzioni nei carceri minorili e ovviamente non è un caso. Il trend è di punibilità estrema e, per altro, è ben lontano da essere a “costo zero”. E tutto questo, ricordiamolo, accade nel periodo storico in cui ci sono meno reati di sempre (fonte Sole 24 ore). La sicurezza è strumento di propaganda, tema che serve ad hoc per distogliere dai problemi ben più pressanti. I detenuti, merce di scambio in questo gioco di potere.

Un altro dato su cui riflettere riguarda la condizione della maggior parte di chi si è finora tolto la vita. Parliamo di persone o in custodia cautelare o prossimi alla fine pena. La maggioranza dei sucidi non è, come si potrebbe pensare, di gente che affronta una lunga, o lunghissima, detenzione, ma di chi si trova nell’istituto a disposizione dell’autorità giudiziaria oppure di chi dall’istituto stesso sta per andarsene. Come se fosse proprio tutto il sistema giustizia a non garantire orizzonti sicuri. La custodia cautelare spesso è stata definita un male necessario ma rimane tuttavia un modello che molto spesso abusa dei diritti umani. Ma il punto vero, quello determinante, è forse un altro e si chiama riabilitazione. A cosa serve il carcere, o a cosa “servirebbe” se non a riabilitare una persona che ha infranto la legge e a reinserirla in società come nuovo membro efficiente del sistema? Invece accade quasi sempre l’opposto. I casi di suicidio lo spiegano perfettamente. Filippo Turati, cent’anni fa, diceva che “Le nostre carceri sono fabbriche di delinquenti o scuole di perfezionamento dei malfattori”, e non ci sentiamo di contraddirlo dopo un secolo. La paura di chi non sa cosa lo attende fuori, nasce ovviamente anche da problemi personali preesistenti, da condizioni di disagio che prescindono dalla detenzione, ma il “sistema” di certo non aiuta, anzi.

Cosa si può fare quindi? Tanto, tantissimo, e in maniera diametralmente opposta a quanto si sta (non) facendo oggi. La Conferenza dei garanti territoriali delle persone private della libertà, in un documento dello scorso luglio, mette sul tavolo alcune proposte chiare. Il superamento della visione carcero-centrica del sistema di esecuzione penale per far sì che la detenzione in carcere sia davvero un extrema ratio, rendendo più snello e veloce il procedimento volto a garantire l’accesso alle misure alternative. Aumentare l’organico del personale UEPE (Uffici locali per l’Esecuzione Penale Esterna) e poi, soprattutto, investire molte più risorse per contrastare la povertà sociale, economica e culturale ormai dilagante. E poi serve far crescere una sensibilità nuova. Serve far capire che punire e basta non risolve nulla, anzi peggiora le cose nel medio lungo termine. Serve che tutti davvero comprendano come la sicurezza sociale non la misuri sul carcere ma sulla riduzione della recidiva. Il Sole 24 ore del 11 febbraio 2023, ci spiega che su 18.654 detenuti che hanno avuto la possibilità di un inserimento professionale il numero di coloro che tornano a commettere un reato è al 2%, contro una media che sfiora il 70%. Nel frattempo alla Casa circondariale di Vicenza Filippo Del Papa, si registra il primo suicida, un 24enne accusato di stalking, in custodia cautelare. In un carcere sovraffollato, in cui manca personale e in cui i detenuti nella stragrande maggioranza, non sanno letteralmente come passare le giornate. Sono lì, in “custodia” dello Stato, ed è inammissibile accadano tali tragedie. Per Dostoevskij il grado di civilizzazione di una società si misura dalle sue prigioni e a noi verrebbe da aggiungerci sanità e scuola. Ne usciamo piuttosto messi male. Sarebbe il caso di pensarci seriamente.

Un ringraziamento per info e supporto a Laura Piva, Presidente Camera Penale Vicentina.

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