NATALINO BALASSO PER VICULT: “E’ MOLTO PIÙ SINCERA LA MENZOGNA DEL COMICO CHE LA PROMESSA DI UN POLITICO”

Natalino Balasso è innanzitutto un uomo ed un artista onesto. Su un palco, sul video, di persona, comunque lui ti arriva come un fiume profondo di idee, analisi, critiche, battute, affondi amari e riflessioni che hanno sia del filosofico che del tragico. Eppure rimane un comico, nel senso alto del termine. Quei comici mai cortigiani che invece spogliano il Re e svelano quel che c’è dietro alle apparenze che ci hanno vinto. Non a caso uno dei suoi spettacoli si chiama “Velodimaya”. Balasso è onesto perché innanzitutto crede fortemente in quel fa e dice, ha un approccio etico al teatro e alla parola, non rinnega il passato televisivo (pare un’era lontana a pensarci) e la sua opera è sempre più indirizzata ad una forma di antropologia della deriva contemporanea. Stimolante, a tratti spiazzante, molto divertente, Natalino è arrivato recentemente sul palco del Teatro Comunale di Vicenza con “Dizionario Balasso”. Lui, un grosso dizionario e null’altro in scena. Oltre due ore senza sosta di fulminanti incursioni dentro alla parola e alla sua perdita di significato, alle banalità imbarazzanti dei luoghi comuni della comunicazione odierna, al disorientamento ebete del consumismo 2.0. Si è (anche) riso moltissimo e molte battute si sono perse proprio per questo. “Beh benissimo – esordisce Natalino – allora vuol dire che ti tocca tornare a vederlo!”

Natalino, in uno dei tuoi video citi Calvino quando dice che “il diavolo è nel generico”. Oggi le parole sono divenute tag, come ci ricordi sul palco. Quando è successo? Cosa ci è sfuggito di mano? La colpa è davvero solo dei social?

“Io dico che il mondo umano, a causa della tecnologia, cambia in continuazione, solo che ora sta cambiando in fretta e facciamo fatica ad adeguarci. Una volta non avevano un vocabolario ma c’era meno roba e quindi si riusciva a gestire la situazione. Chi non conosceva una cosa stava zitto, si notava meno. Baricco diceva “stanno arrivando i barbari”, la verità è quella. Fino all’ottocento esisteva una cultura di tipo enciclopedico e tu sapevi alcune cose in profondità, e poi c’erano le cose che non sapevi, punto. L’informazione è andata a spaziare sempre di più e adesso tutta la cultura ha un orizzonte molto più largo; prima si andava in profondità ma ora le informazioni sono sempre più superficiali. Oggi facciamo surfing culturale e così facendo vai anche molto lontano, ma sei costretto a stare in superfice. Il problema è che ci adattiamo a questo tipo di conoscenza mentre dovremmo avere la comprensione della sua limitatezza”.

Non sei un comico, come dire, “banale”, anzi, esiste un livello di sottotesto sempre molto presente nei tuoi spettacoli. Credi la difficoltà e l’attenzione che richiedono i tuoi lavori sia un valore aggiunto per avere un pubblico più consapevole?

“Non so dirti quanto io sia cosciente del livello di difficoltà perché non sono capace di fare diversamente. Un tempo intrattenevo ma onestamente ho sempre avuto più bisogno di raccontare storie e non voglio fermarmi all’effetto che fanno. Non ci si dovrebbe mai fermare lì. A me non accontenta far solo ridere e limitarmi alle battute. Chi ha il mito degli stand up comedian americani in realtà non sa che ci sono enormi differenze dentro quel mondo. Guarda ad esempio Bill Hicks: aveva l’esigenza di raccontare dei fatti spesso delicati della storia americana”

Hai la fama di artista piuttosto intransigente. Ti ci riconosci?

“Intransigente non è il termine appropriato perché nella vita si transige sempre. Mi capita molto spesso di discutere della parola “libertà” ma il mito della libertà assoluta è tale e come tale non esiste. In realtà, avendo responsabilità dentro alla comunità, devi limitare la tua libertà. Per i latini l’uomo libero era colui che, essendo stato schiavo, poteva conoscere la libertà. La Democrazia Cristiana aveva la parola “libertas” nello stemma, ma se io intendo libertà come antagonismo ai regimi allora sei libero perché sei affrancato da fascismo o comunismo. Ma parlare di libertà come realizzazione è sbagliato. Io sono indipendente, non intransigente”.

Sembri sempre più orientato verso il media video. Il tuo sito  “circolobalasso” offre un abbonamento attraverso il quale il pubblico può seguirti in rete. I tuoi video su youtube hanno milioni di visualizzazioni. Il futuro di Balasso è sul web? Ti somiglia di più quel mezzo espressivo?

“Non so dirti se mi somiglia o no, però l’unico modo che ho trovato per avere libertà espressiva era di non avere sponsor perché diversamente devi sempre rendere conto di quello che fai e invece così rendo conto solo al pubblico. E il pubblico pare arrivi”.

ph.:Tommaso La Pera

Il Veneto ha un momento di fama particolare in Italia. Dalla musica pop con le varie Madame e Michielin fino al successo di Andrea Pennacchi che fieramente porta anche la lingua veneta in giro per lo stivale. Tu giri il paese e porti il tuo essere veneto da molti anni. Come ti pare sia percepita la nostra regione oggi e che stereotipi dobbiamo ancora combattere?

“Io credo si debba fare un distinguo, perché esiste una cultura della amministrazione e una della regione intesa come territori e, quindi, popolo. La cultura veneta è sempre stata molto vivace e apprezzata fuori dal Veneto. Adesso Pennacchi sta avendo un ottimo successo e ne sono orgoglioso. Ma al di là di questo c’è tutto un teatro veneto che magari non arriva alla cronaca ma che, anche solo a livello territoriale, è molto interessante. Se io osservo i Babilonia o i Fratelli Dalla Via oppure Anagoor, è gente che non vedi in tv ma comunque quando va fuori regione è molto apprezzata. Poi la politica o sostiene questa vivacità o tenta di inglobarla come purtroppo sta facendo anche lo stabile (il teatro stabile del Veneto) Però alla fine le amministrazioni regionali sono tutte simili”.

Cosa rispondi a chi ti dice “Balasso non ti va bene niente!”

“Il comico non può avere soluzioni, e pensare le abbia, quello si che è comico. Il comico nasce dall’osservazione della realtà, del difetto della realtà. È ridicolo pensare che l’arte debba celebrare i fasti dell’amministrazione ovvero dei veneti che parlano bene del Veneto. Solo i fascisti lo volevano. Trovatemi un romano comico che parli bene di Roma. O un siciliano che parla bene della Sicilia. Il comico non deve dare un’immagine, quella che dà è sempre una visione capovolta e parziale. All’interno della comicità quindi uno può pensare: io sia pessimista perché non sono consolatorio. Ma io rispondo solo al mio carattere e forse è vero che sono pessimista ma non ho mai pensato che un comico debba dare delle soluzioni, anzi è il contrario: è il politico che deve dare soluzioni. Come diceva Peter Brook “il politico parla del futuro e il comico del presente”. Il politico fa promesse, il comico no. L’artista non prende parte, se lo fa non ha un gran senso. Gli artisti schierati come Brecht hanno nei loro lavori molti personaggi convincenti anche quando dicono cose che loro non pensano. L’artista abbraccia ogni personaggio e ogni psicologia, anche quelle che rinnega. È molto più sincera la menzogna del comico che la promessa di un politico”.

ph: Massimo Battista

Novembre 2022

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