Agata Keran e la sua lettera al direttore. Una terza via per le “grandi mostre”. Una proposta.

Caro Marco,

è da un po’ che la tua bella domanda, posta qualche mese fa, sulla possibilità di una terza via per quanto riguarda la curatela e la gestione di “grandi” mostre, risuona stabilmente nella mia mente impegnata da decenni in questa riflessione e giunta a un punto in cui si sente quasi in obbligo di aggiungere un tassello al crescente dibattito, inerente non solo alla realtà della nostra città.

Per poter esporre la mia visione, devo necessariamente tornare alla radice del problema, ponendo in modo esplicito una serie concatenata di domande che ogni produttore o operatore culturale dovrebbe porsi non solo come proposito progettuale, ma soprattutto come monitoraggio quotidiano del proprio agire: “A che scopo comune mira il progetto in fieri, che messaggio sociale e culturale veicola?”.

Che cosa quest’impresa potrà offrire su vari piani: scientifico, pedagogico, sociale, economico? Quale servizio e quale bagaglio di riflessioni – non effimere – offre alla comunità e al suo territorio? È in grado di creare nuovi spazi di crescita collettiva? Si auto-riverisce o comunica qualcosa di davvero propositivo e rigenerante alla comunità di oggi, composta da tante voci, difficili da armonizzare?

Nulla di nuovo se dico che negli ultimi decenni siamo passati dalle mostre frutto di notevole diligenza scientifica, ma di scarso o addirittura nullo appeal popolare, concepite esclusivamente per un’élite intellettuale, alle mostre-supermercato attente a creare lunghe file, reali o fittizie, ma prive in fondo di una visione sociale, poiché basate sulla mera somma di ingressi. Non intendo scagliarmi contro questi paradigmi che dividono i frequentatori di mostre in due partiti inconciliabili, ma desidero sottolineare il mio stare alla larga da entrambi, perché sotto sotto, seppur con metodi differenti, continuano a rimarcare il “distanziamento sociale” tra l’onniscienza del curatore-demiurgo e il suo pubblico, trattato come un dato numerico a cui somministrare il proprio assioma, alla stregua del Mago di Oz, attraverso le performance più o meno simpatiche.

La mia proposta è quella di tenere a bada il “magozismo” curatoriale e di ripartire sia dal significato che si vuole dare alla cultura, che oggi – in questo micidiale cocktail di pandemia e guerra che sconvolge il nostro paesaggio mentale – risulta più che mai urgente. Credo sia il momento di accantonare il consueto concetto di grandezza espresso esclusivamente con parametri numerici. Sono profondamente convinta che una mostra sia di successo nella misura in cui il suo esito sia in grado di sollecitare processi collettivi a lungo termine. Nel caso delle città medio-piccole, fuori dai grandi flussi turistici, questo significa tentare di creare una rete molto fitta di referenti e punti di riferimento sul territorio, a 360 gradi, aprendo un dibattito produttivo sull’attrattività del patrimonio culturale connotante e diffuso, veicolo di un’intelligente promozione turistica. Si apre così una sfida in cui il proponente punta a diventare mediatore e coordinatore di un “giardino” condiviso dove coltivare sinergicamente il bene comune. Dal mio punto di vista, la cultura per poter essere definita tale è la questione di responsabilità civica, che scaturisce da una condizione di sviluppo antropologico del contesto sociale. Di certo non dovrebbe essere accostata al termine “invenzione”, in quando si trova alla radice stessa dell’esistenza umana e non rappresenta una sua sovrastruttura. A mio avviso, è questo il punto più critico del dossier, ora tanto discusso, di candidatura Vicenza 2024, a cui personalmente ho cercato di dare un contributo qualificato e innovativo, profondamente convinta che in quest’occasione, vincendo o no, la città avrebbe potuto spiccare un importante salto di qualità.

Considero la politica culturale di una città come un legante trasversale, fuori dalle logiche degli schieramenti politici e, per questa ragione, ho accolto con entusiasmo e fiducia l’invito a partecipare, sognando una città diametralmente aperta al rigoglio multiforme di idee. Sono sconvolta letteralmente – la colpa di questa sorpresa risiede ovviamente nell’ingenuità inguaribile della mia anima tessitrice di legami – per la veemenza di alcune reazioni critiche prive non solo di intelligenza relazionale, ma vuote anche di proposività concreta. Concordo con Marco Marcatili nell’evidenziare che il posizionamento tra le dieci finaliste del concorso nazionale sia un traguardo importante e per niente scontato. Chi ha lavorato su questo dossier, con impegno e professionalità, ha realizzato una sintesi di buona qualità, a partire da ciò che la città ha messo sul vassoio.

Ma anche qui, mi rendo conto di essere dannatamente outsider rispetto ai certi standard calcistici che contrassegnano l’agone quotidiano. Che dire, mi sa che la vera partita da affrontare nell’avvenire è quella di togliersi i paraocchi per comprendere, in pace e con rispetto per il lavoro altrui, che la cultura non può essere altro che uno spazio comune, dove nessuno perde, ma guadagnano tutti.

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