“Horror Vacui” di Ilaria Facci. La mostra a Vicenza che a marzo non potete perdere.

Ilaria Facci abita il mondo ma soprattutto se stessa. Ha fatto del suo corpo, delle sue idiosincrasie ma soprattutto della sua “visione” di sé dentro alla società, fondamento della sua arte. Una giovane donna mossa da un vitalismo contagioso e da un desiderio di bellezza e di riempimento che le sue opere trattengono a malapena. Da pochi giorni ha aperto una personale a Vicenza dal titolo “Horror Vacui”. Non tragga in inganno il nome. Non si tratta di paure manifeste e nemmeno di squarci sul vuoto contemporaneo. L’orrore di cui si parla qui è sublimato da Ilaria, dalla sua carne, dalla sua femminilità e da colori, tessuti, dal mondo tutto, che poi siamo noi.

Come lo racconteresti il tuo lavoro?

Ah beh, spesso lo comprendo attraverso quel che dicono gli altri (ride). “Horror vacui” mi è venuto spontaneo dopo poche foto. So bene sia un termine che porta a pensare alla paura del vuoto ma io volevo lavorare di contrasti e dare quindi il senso della mia volontà di riempirlo, quel vuoto. Lavoro in totale spontaneità e ho notato dai primi autoscatti una specie di mia necessità corporea di possedere lo spazio, come avessi paura di lasciare la parete bianca. Prima usavo fondali bianchi mentre adesso ho tanto colore. Magari dà senso di angoscia ma per me è un percorso sia personale che universale. Ho avuto la disgrazia di prendermi il Covid in maniera molto pesante. Ero a Madrid, sono stata ricoverata e per un po’ ero grave. Una volta tornata a Roma avevo voglia di tanta vita, di tanto di tutto, di non lasciare nulla di non vissuto. Volevo un trionfo di vita. E la paura del vuoto andava superata. Quel che vorrei è che ognuno si rivedesse in quel corpo che diventa un elemento della foto e non è comunque protagonista tanto quanto lo siano i colori. Era un elemento che prima cercavo e che ora ho trovato.

Hai avuto una grave malattia che ti ha privato di un occhio e ne parli giustamente con grande fervore anche per comunicare forza a chi magari si ritrova con altre o simili disabilità. Nella tua arte c’è anche il tema della diversità?

C’è da fare una premessa. Il mio non è un inno alla diversità perché di fatto siamo tutti diversi e tutti uguali. La disabilità può limitare alcune cose ma è una caratteristica dell’individuo. Io non sono meglio perché sono partita peggio. Nel mio peggio c’è il mio meglio . Ognuno di noi ha la possibilità di andare lì dove c’è il male. Io sono stata salvata quasi per caso. Ci ho messo 30 anni per accettarlo. Non riuscivo C’è da fare una premessa. Il mio non è un inno alla diversità perché di fatto siamo tutti diversi e tutti uguali. La disabilità può limitare alcuni aspetti ma è una caratteristica dell’individuo. Io non sono meglio perché sono partita peggio. Nel mio peggio c’è il mio meglio. Ognuno di noi ha la possibilità di andare lì dove c’è il male. Io sono stata salvata quasi per caso. Ci ho messo 30 anni per accettarlo. Non riuscivo proprio ad affrontarlo. Pensavo di avere qualcosa in meno degli altri. Nella fotografia ho trovato la maniera per capire che ero abbastanza, ero io, ero compiuta. Attraverso le foto sono andata ad investigare sul corpo e su una bellezza normale. Voglio mostrare la normalità, voglio mostrare quella che sono, la cosciotta, il ginocchiotto, la cellulite… Non voglio pose plastiche prestabilite ed esteticamente perfette. La malattia mi ha aiutata a cercare la bellezza anche in quello, e non è cliché, anche perché i cliché nascono pur sempre da realtà, no? Finché non accettiamo noi stessi non viviamo. Non siamo presenti e siamo nascosti. Al posto della parola “disabilità” io parlerei di andare nei nostri dolori, nelle nostre ombre, nel nostro buio, perché da lì nasce qualcosa di bello. Con me ha funzionato; ora parlo del mio occhio senza nessun problema e senza pietismo. Se non affronti le disabilità, allora sì che sono tali.

In anni di politicamente corretto, di attenzione costante alle fragilità, tu comunichi il tuo essere donna senza orpelli, senza finzioni, mostrando una carne che è anche spirito perché è correlativo portatore di significati. Tutto questo è certamente bellezza in senso alto del termine ma anche in senso, come dire, consueto. Bellezza come valore ma anche come proprietà femminile.

Nella storia dell’arte il corpo femminile è assoluto protagonista. Io volevo mostrare una donna forte e Nella storia dell’arte il corpo femminile è assoluto protagonista. Io volevo mostrare una donna forte e consapevole del proprio corpo e mai vittima, mai troppo pacata. C’è un protagonismo del femminile che danza coi colori. Sicuramente nelle foto c’è la normalità in ogni senso. C’è una volontà di superare il discorso politico. Sono stata attaccata per i miei nudi, anche se i musei sono pieni di nudo. Mi hanno accusata di usare un codice accettato e banalizzato dalla società, ma al contempo sia nel mondo maschile che in quello femminile ho anche trovato tanta comprensione. Sono nudi che non hanno l’ambizione di sedurre, la seduzione al limite è più mentale. Anche nello sfidarmi nel nudo frontale a gambe aperte c’è molto spesso questo movimento delle gambe quasi violento che è un messaggio ben chiaro. La sfida è cercare pose forti senza che il tutto diventi una macelleria. Il mio corpo è forte, non ho gambe da ballerina di danza classica. Per quanto riguarda i ruoli dentro alla società… Io sono una donna molto indipendente non credo nel matrimonio e non voglio figli e mi sento molto donna. Secondo me donna è sottigliezza intellettuale, è forza e coraggio, è scaltrezza, è consapevolezza di se stesse.

Ed è anche scegliere ed avere le idee chiare. La questione della scelta è più che mai di attualità adesso.

Chi non si schiera è perché non vuole assumersi responsabilità. Quando scegli è un sì per un qualcosa ed un no per un’altra. Non si può avere o volere tutto. Oggi è facile capire che gli Ucraini sono le vittime. Non si può negare l’evidenza. Io ho negato la mia realtà fisica ad esempio, non parlandone e so che è umano perché nel grande dolore cerchiamo di non vedere pur di salvaguardare il nostro equilibrio. E’ un istinto di sopravvivenza. Troviamo scuse. Io ho avuto la fortuna di vivere in tanti contesti anche come privilegiata (viveva a Buenos Aires con mamma che lavorava al consolato). Poi mi sono trasferita a Londra e, da europea, mi son scoperta cittadina di serie B dopo la Brexit. Ho capito che se non scegli da che parte stare hai sempre perso e fai perdere la comunità a cui appartieni, perché la impoverisci. Quando non sai come scegliere prova a metterti nei panni di chi soffre. Noi siamo i più privilegiati. Pensa agli altri che hanno paura di uscire perché gli sparano. E vuoi ancora dirmi che non sai come schierarti?

La fotografia, per come la usi tu, è anche un modo di dire agli altri “coraggio, mostratevi, non abbiate paura di essere chi siete”. C’è un messaggio di comunione forte.

Mi piace molto questa cosa. Sulla mia lapide voglio scritto “fate quello che amate”. Il fatto è che io mi fotografo e poi mi vedo attraverso le foto. Però anche gli altri mi vedono. Sono dieci anni che faccio autoscatti. Una persona che guarda a se stessa attraverso quello che ama fare è una persona che non sarà capace di odiare. Se ti guardi con più consapevolezza e coscienza i problemi diminuiscono. La nostra vita è un percorso a tempo. Ogni momento ha la sua bellezza ed è irripetibile e la fotografia te lo ricorda continuamente

Ilaria che vivi il mondo, come si sta a Vicenza?

Da Dio! Il Veneto ti fa sentire a casa in ogni senso. Non mi aspettavo tanta accoglienza e tanta bellezza e Vicenza è una città bellissima. Sono venuta a novembre e me ne sono innamorata: non avevo mai visto neanche una foto di questa città, ma arrivata in Piazza ero senza parole. Comunque sto cercando casa in Italia e quindi occhio che torno eh!

La mostra “Horror Vacui” di Ilaria Facci è aperta fino al 26 marzo presso “& Art Gallery” in contrà Frasche del Gambero 17 a Vicenza.

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