I racconti di Natale di ViCult – N°1

Inizia oggi, nella settimana Santa, la pubblicazione dei migliori racconti che ci sono stati inviati da voi lettori ai quali dedichiamo un augurio speciale e vi stringiamo tutti in un abbraccio ideale. Ogni giorno, da oggi alla vigilia di Natale, pubblicheremo 5 racconti (uno al giorno) che voi avete avuto la bontà di spedirci. Grazie a tutti, dal profondo del nostro cuore.

A Natale si passa alla cassa…

Molto tempo fa, in un paese lontano, lontano, un assistente sociale stava uscendo dal suo solito ufficio, poco prima della vigilia di Natale. I servizi territoriali sotto le feste sono quasi vuoti, pandori e spumanti vengono aperti nelle sedi “centrali”, dove c’è l’assessore, ma sul territorio si respira una calma irreale. Meglio così, l’alternativa sono emergenze di sfratti, donne che fuggono da mariti violenti, bambini per i quali si deve cercare velocemente una sistemazione… Sotto le feste non c’è mai gran traffico e arrivavano solo i casi davvero gravi, ma quell’anno non se ne erano visti… strano. L’assistente sociale faceva i conti con la solita “ansietta” prenatalizia, quel sentore alla base dello stomaco che ti fa attendere disgrazie che a volte non succedono… respirò e si disse “anche per quest’anno è andata”… prese le sue carabattole, chiuse la porta, salì in macchina e si diresse verso il discount vicino all’ufficio per fare un po’ di spesa. Quella sera pensò che lo stipendio che prendeva gli permetteva ancora di più di empatizzare con i poveri della terra e ci rise sopra. Quando scegli un lavoro così non lo fai certo per i soldi, ma con l’età si diventa più venali. Nel discount fece incetta di cioccolatini, patatine, birre e altri alcolici: mangiare restava il modo più economico, semplice e legale per gratificarsi. Per fortuna quella sera non aveva impegni, o meglio avrebbe avuto una cena di famiglia, ma solitudine e televisione erano un modo più sicuro di lasciar scivolare i ricordi di quello che aveva visto e sentito durante la settimana. Con lui, nel discount, c’era più o meno la stessa umanità che girava nel suo ufficio, guardandoli passare non poteva che immaginare quale fosse il loro “disagio sociale”, una sorta di deformazione professionale che gli permetteva di non pensare al proprio… “disagio”. Riempito il carrello si accorse che era cambiata la cassiera. La nuova commessa era una bella ragazza con uno strano orecchino al naso… si proprio strano… ma conosceva quell’orecchino!!! “Merda!!! non c’è niente di peggio di incontrare un vecchio utente, con cui magari si è chiuso male, quando sei fuori dal tuo ufficio: ti senti disarmato e allo scoperto. Alza la sciarpa e fai il disinvolto, magari non ti riconosce” pensò. La fila procedeva e la ragazza sembrava non riconoscere nessuno. La cliente precedente aveva un carrello davvero ricolmo di “roba” ed era molto lenta a caricarla sul nastro. Era veramente molto lenta e il nastro si fermava per il troppo peso. Ogni volta la cassiera si irritava, guardava le cose, chiedeva alla signora di passargliele e per un secondo, per un solo secondo, guardava la sciarpa che copriva il volto dell’assistente sociale. Mentre avanzava quel misero impiegato pubblico aveva in mente i colloqui molto difficili fatti con la ragazza, allora adolescente: la madre, il padre, le sorelle, i fratelli, gli zii, i nonni e i vari fidanzati degli uni e degli altri. Un susseguirsi di brutture e cattiverie, sesso e droga, tristezze e disastri su cui tutti avevano messo del loro. Era stato un caso molto difficile dove era stato minacciato, insultato, ingannato e che alla fine aveva passato alla tutela minori per manifesta impossibilità di gestione. Ma quella ragazza era rimasta un ricordo molto preciso: in ufficio urlava come un aquila, spaccava penne bic e ti guardava con gli occhi di chi, con quelle penne rotte, ti voleva uccidere dopo averti cavato gli occhi. La rabbia di un’adolescente è roba per cuori saldi. Mentre il bip della cassa segnava il tempo si chiedeva, l’assistente sociale, se lo avrebbe salutato o gli avrebbe sputato addosso la sua rabbia davanti a tutti. La tentazione di lasciare tutto li e andarsene si fece strada nella sua mente, ma ormai era il suo turno. Fu la fila più lenta dell’anno, ma quando finalmente utente e operatore furono uno davanti all’altra la ragazza mosse il sopracciglio , alzò il labbro e disse… “ ma è lei?” … “si” rispose l’assistente sociale, respirò e con la voce più tranquilla che riuscì a emettere disse “complimenti per il nuovo impiego”. Mentre iniziava a passare i prodotti sullo scanner la donna disse “Lei non lo avrebbe mai detto vero?” “cosa?” Rispose l’assistente sociale “ che avrei trovato un lavoro normale” “sapevo che avrebbe fatto ciò che voleva, con la sua grinta (dava sempre del lei), questo era il minimo” Sembrò stupita della risposta, quasi sorrise, poi si rattristò dicendo “poi è andata anche peggio… ma adesso sto meglio, vivo da sola e mia sorella mi dà una mano. A volte è difficile, ma se si mantiene la calma tutto si può sistemare”. “Questa è una grande verità (disse l’assistente sociale), si vede che ha fatto strada, vedrà che andrà sempre meglio”. Lei sembrò molto stupita di quell’affermazione, sorrise e aggiunse una caramella alla borsa sussurrando “Buon Natale”. L’assistente sociale sorrise, pagò, ricambiò il saluto, uscì e salendo in macchina vide che cominciava a fioccare. Sentì tutto il peso di quei ricordi scivolargli addosso, prese il telefono e chiamò “ciao mamma, ho cambiato idea, stasera vengo anche io a cena”.

Giovanni Dall’Orso, Altavilla Vicentina.

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