Silva Cantele alias Phill Reynolds. Folk/Blues vicentino in giro per l’Europa.

I fari puntati addosso di un talent show portano alla ribalta chiunque per i famosi 15 minuti wahroliani e per molti finisce lì, quasi ancora prima di iniziare sul serio. Il pubblico mainstream non è chiaramente quello che popola i concerti nei club in giro per il paese. Somiglia più a quello che ascolta distrattamente la radio in macchina o in palestra. Anche per questo, trasmissioni come X Factor devono essere elogiate ben al di là del loro essere un prodotto costruito per intrattenimento spicciolo. Lo sa bene Silva Cantele, di Salcedo, musicista del mondo. Quattro album e un ep a nome Phill Reynolds. Il primo nel 2011 e centinaia e centinaia di concerti in Italia e in Europa. Un nome quasi più all’estero che da noi, ma che comunque vive della sua arte e lo fa in maniera viscerale, onesta e per certi versi intransigente. Oltre al moniker Phill Reynolds, Silva ha altri progetti come “Hearts Apart” e “Miss Chain And The Broken Heels”. Ha condiviso il palco con mostri sacri come Blonde Redhead e Sigur Ros. Insomma, l’esposizione televisiva arriva solo come ciliegina su una torta già pronta. Nella sua musica le influenze sono molte ma piuttosto omogenee. Si sentono Bill Callahan e Bonnie Prince Billy ma anche il Mark Lanegan più acustico e ruvido. Lo raggiungiamo mentre è in giro per l’Italia.

Cos’è cambiato dopo X Factor?

Sto suonando un po’ di più ed in posti con una capienza ed un’organizzazione differenti. Inutile negare che un passaggio in un contesto come quello di un talent ti possa aiutare. Io rimango indipendente ma sono allo stesso tempo dipendente dal suonare in giro e questo giro di vite mi sta permettendo di ridurre la mole e selezionare di più. Suonare un po’ meno ma meglio.

Nel tuo ultimo album si sente un cambiamento anche nell’impostazione vocale.

Vero. Ho sviluppato l’idea di voce come strumento e se sento il bisogno di ispessirla e cantare nell’ottava più bassa possibile perché il brano lo richiede, lo faccio. Cambio microfoni da brano a brano, cerco di fare in modo che l’atmosfera sonora si adatti alla canzone. L’ultimo album poi è nato in una situazione molto particolare visto che l’ho registrato durante il lockdown e quindi volevo comunicare quell’intimità casalinga in un certo senso.

Hai girato tantissimo in Italia e all’estero. Che differenze noti tra il nostro paese e l’Europa e, rimanendo in Italia, tra il vicentino e il resto?

In Italia devo dire che siamo ancora una provincia attiva, soprattutto nell’alto vicentino. Certo, era meglio prima della crisi, però io ho iniziato nel ‘98 e a Thiene i venerdì sera c’era da scegliere il concertino tra due o tre posti. Ora magari non è più così, ma c’è ancora abbastanza fermento e poi i festival estivi da noi contano ancora molto. Non è affatto male come provincia quindi. Chiaro è che l’epoca d’oro è finita, la mazzata del covid non ha aiutato. Ma dalle ceneri può rinascere qualcosa. Non penso che il fuoco sia spento, anzi. Un posto splendido come il CSC, ad esempio, ha purtroppo chiuso ma il collettivo è rimasto in piedi.  A Vicenza ci sono ragazzi che si stanno dando da fare per proporre un certo modo di fare cultura. Ammetto comunque che fortunatamente ho suonato tantissimo e quindi ero anche poco libero per capire la scena qui attorno. Però i segnali li sento sempre. Ricordo dei ragazzini alle fornaci rosse che mi dicono “eh cazzo, noi suoniamo ma si sente che lui è dell’alto vicentino perché ha una marcia in più”. Questi riconoscevano che al nord di Vicenza c’era più vita. C’era in loro la consapevolezza di un ambiente vasto.

E il boom hip-hop cittadino?

La scena hip-hop qui in effetti ora sta esplodendo. Sono anni che Vicenza è una delle città portate in palmo di mano dalle scene hip-hop nazionali. Vedi gente come Nitro e Madame. Ho conosciuto Gianmaria ad X Factor e per me lui prende a pesci in faccia la frangia trap. Ce ne fossero 18enni che scrivono sui suicidi. Non apprezzo molto le vocali chiuse e l’autotune ma sono certo che Gianmaria esploderà.

Cosa comporta essere una one man band?

Il fatto di essere da solo ed avere un set che talvolta è stato anche ridotto aiuta tantissimo perché le possibilità di suonare si moltiplicano, ma detto questo non basta avere una chitarra in mano, servono scrittura e intensità. Con “Hearts Apart” a metà Novembre avrò tre date in Baviera. Sono fortunato ad avere contatti estremamente positivi e un giro di amicizie con cui ho creato una rete molto forte. Credo sia fondamentale nel mondo indie.

X Factor quindi. Sembrava tu fossi lì quasi per caso. Comunicavi estrema calma e sicurezza.

Beh in un certo qual modo si. Arrivo a X Factor senza cambiare nulla di me stesso. Si è instaurato un rapporto di profondo rispetto per quanto ho fatto in carriera ed ero da subito trattato come professionista. Faccio un genere strano e diverso e non mainstream e difficilmente sarei potuto andare avanti. Agnelli me l’ha detto subito. Io ero sereno e beato e molto soddisfatto che centinaia di migliaia di persone potessero vedere esattamente quello che vedono poi sul palco ai miei concerti.

Con sua maestà Agnelli com’è andata?

Molto bene davvero. Io poi sono un fan di “Germi”, il primo album degli Afterhours. Il rapporto con lui è stato estremamente rispettoso. In tv si vede qualcosa di ridotto all’osso, ma son stato davvero contento.

Come li giudichi i talent ora dopo esserci passato?

Non sono un fan dei talent ma per me era un’occasione enorme per dare uno scossone alla mia comfort zone. Si corre il rischio di far passare il talent come unica proposta musicale. Da un certo punto di vista lo è ma è il punto di vista mainstream. Quest’anno comunque c’è qualità a X Factor. Rimane il fatto che il paese che ha il 30% dei beni culturali mondiali non ha spazio per la musica nei media e questa è la cartina tornasole di tutto un ambiente che fa acqua da tutte le parti. Girando all’estero mi accorgo che ho più passaggi radio ed interviste in Spagna o Germania che qui.

Parlando di talent, l’ascesa impressionate dei Maneskin come la vedi?

Di sicuro non sono rivoluzionari. I Maneskin fanno musica già sentita ma ben venga che un 15 enne che esce dalla trap o dall’ultrapop, ora senta le chitarre e grazie agli algoritmi di Spotify arrivi ai grandissimi partendo dai Maneskin. Bene!!

Tu sei anche, se vogliamo, un artista politico. Intanto fai un genere (il blues folk) che è in un certo senso un genere militante, perché molto personale ed autoriale. E poi perché ti impegni anche concretamente.

Gli slogan in musica mi infastiscono e ho cercato di non metterne mai ma, ad esempio, milito nel Nuovo Canzoniere Partigiano e facciamo le canzoni della resistenza ma non alla Modena City Ramblers, usciamo dal formato cartolina. Tutti i soldi che prendiamo (tolte le spese vere) le devolviamo ad associazioni che fanno resistenza attraverso azioni reali. Politica è il tipo di scelte che fai ogni giorno. Negli acquisti, nelle abitudini.

Che accade il 19 Novembre?

Il mio compleanno! Che quest’anno è speciale perché nello stesso giorno uscirà “World On Fire”. Un brano scuro fatto in collaborazione con Iosonouncane. Ci siamo conosciuti durante il tour di “Die” e siamo diventati amici. Io stavo registrando questo pezzo e lui mi fa “se ti va, ti mando delle tracce” e così alla fine lui ci ha messo cori, synth, field recordings.

Silva è un ragazzo molto serio e preciso e soprattutto estremamente consapevole. Torneremo a parlare di lui per il nuovo singolo e intanto vi invitiamo a seguirlo live e ad ascoltare la sua produzione. Ci sono parecchi piccoli gioielli.

https://open.spotify.com/artist/7BtQPTxc7NweuhS1YnDguY?si=X3B9ZsuaQZKuMqDHxZmg4Q

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