In memoria di Roberto Calasso

ViCult è luogo per artisti e per culture vicentine, ormai si sa, ma a volte esistono delle eccezioni che non possono non essere prese in considerazione. Roberto Calasso è stato un grande intellettuale oltre che un fondamentale editore ed ha avuto un rapporto di grande affetto col Veneto e noi umilissimi figli di tale gigante, non potevamo non dedicargli un elogio doveroso. Ci ha pensato Francesco Poli.

“Pubblicheremo solo il libri che ci piacciono”.

La notizia della morte di Roberto Calasso, mente di Adelphi, mi ha scosso, ma anche fatto riflettere sul ruolo dell’editore e dell’editoria. Quando se ne vanno certi personaggi il vuoto è certo grande, ma i loro segni rimangono tangibili nelle centinaia di vite che abbiamo potuto vivere grazie ai loro romanzi e nel loro grande patrimonio librario che certo lasceranno a tutti noi che dobbiamo a loro tanto. Negli ultimi anni della sua vita, la produzione letteraria di Roberto Calasso è stata alluvionale, quasi come se fosse consapevole di avere ancora poco tempo a disposizione per restituire, con dovuti interessi, quel patrimonio di conoscenze che in più di cinquant’anni da presidente di una delle più importanti case editrici italiane, aveva avuto modo di accumulare. Oggi, con la sua morte, cala il sipario su una stagione di grandi intellettuali italiani del secondo dopo guerra che con lui lavorarono: Olivetti, Foà, Bazlen, Colli, Severino e tanti altri. Calasso e Adelphi sono nati – come disse lo stesso Calasso ne l’Impronta dell’editore – per pubblicare quello che Einaudi e Bompiani non volevano…o non potevano. Un editore diverso che ha avuto il coraggio di spaziare dai gialli di Simenon alle opere Mnemotecniche I e II di Giordano Bruno, fino all’Organon di Aristotele con una leggiadria innata. Nella varietà di titoli, produzioni e contenuti, il minimo comune multiplo rimane infatti sempre Roberto Calasso: la sua idea di copertina, l’impaginazione minale, il colore pastello, i titoli, il tutto unito in un risultato finale mai scontato. Nelle opere di Adelphi il bello non è, infatti, solo un’idea, platonicamente intesa di contenuto accidentale, ma diventa un messaggio immanente al libro stesso. Il libro in quanto oggetto deve essere bello. Ed ecco quindi che si realizza un punto di congiunzione naturale con il più grande editore della storia italiana e non solo: Aldo Manuzio, quello che Alessandro Marzo Magno ebbe a definire in una sua recente pubblicazione: l’inventore di libri. Il libro per Aldo e Adelphi non è solo contenente, ma si eleva allo stesso livello dello scritto, divenendo esso stesso contenuto. La copertina e il font sono sempre stati per Adelphi e Manuzio un marchio di fabbrica. Una Aldina la vedi dal carattere tipografico e allo stesso modo scorgi un Adelphi in libreria per i suoi colori pastello intramontabili. Il mestiere dell’editore si distingue da quello del mero stampatore proprio perché riesce nell’impresa di trasformare il libro da strumento ad oggetto di culto. Non è un caso se l’Hypnerotomachia Pholiphili di Francesco Colonna, il “libro più bello del mondo” sia stato stampato per la prima volta da Manuzio e, guarda caso, ai giorni nostri da Adelphi. C’è un file rouge che unisce Calasso e Manuzio, laziale di nascita, emiliano di adozione (ricordiamo che fu precettore dei Pico in quanto amico fraterno di Pico della Mirandola) ma in fin dei conti tremendamente veneziano: la riservatezza.Manuzio aveva attaccato fuori dalla sua porta la scritta “No disturbeme che per cosse utili” mentre Calasso soleva dire “Quando muoio sarà la più lunga intervista tv, mai parlato tanto di me, qui nel mio studio con i libri di Bazlen”. Un atteggiamento pragmatico, ma non scontato, di quelli che furono a dire il vero due veri “operai culturali”. Se, infatti, chi scrive è l’intellettuale e chi stampa è il manovale, l’editore si colloca nell’ampio solco che divide le due mansioni, propendendo sapientemente, con una geometria variabile, verso l’una o l’altra parte. In questa liaison vorrei però inserire un terzo in comodo: Neri Pozza. Editore, poeta e scultore vicentino, riservato e amante del bello, caratteristiche che lo accomunavano certamente con Manuzio e Calasso. Il 4 aprile 1956, in una lettera a Goffredo Parise in cui rimprovera allo scrittore vicentino di aver smarrito, nel suo ultimo racconto la forza poetica dei suoi primi romanzi, Neri Pozza scrive: “Non ti dolere di questo parere negativo, io sono un vecchio provinciale con idee estremamente chiare anche se sbagliate (per te). Saranno idee d’arte e di poesia che fanno pochi soldi, ma sono le sole capaci di sedurmi e interessarmi. Il resto, per me, è buio e vanità”. Riservatezza e amore per il bello, dunque, le due caratteristiche principali dell’editore che Neri Pozza seppe fare sue fondando una prestigiosa casa editrice e contribuendo alla vivacità letteraria del Novecento vicentino. La letteratura italiana deve molto a Pozza e Vicenza, che pur non avendogli tributato nulla in vita e non essendosi certo sprecata da morto, è stata la destinataria della sua grande raccolta di arti figurative, oggi al Museo Civico e dei suoi libri, consultabili presso la Biblioteca Bertoliana. Gli editori purtroppo, da muratori della casa della letteratura passano sempre in secondo piano al cospetto degli autori, i grandi architetti della letteratura, ma questa cosa deve cambiare. Se i libri esistono è perché qualcuno scrive, ma anche e soprattutto perché qualcuno edita. I tempi sono maturi e la morte di Roberto Calasso può rappresentare un momento di svolta per quello che oggi sembra solo un vecchio paradigma. In questo senso Vicenza, ricordando i suoi editori e valorizzando gli attuali – istituendo premi o eventi dedicati – potrebbe diventare capofila di una piccola rivoluzione nel modo di percepire la letteratura da parte del grande pubblico.

Maggio 2022

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