Una bella chiacchierata con Alberto Salvetti

C’è chi si definisce “artista” per darsi un’identità facile, che non ha canoni così stretti, che magari giustifica solo le sue eccentricità… e poi ci sono quelli come Alberto Salvetti, quelli che definiscono il termine artista con il loro agire e con il loro pensiero. Salvetti ha costruito nell’esperienza e nel riflettere sulla sua esperienza cosa significa essere artista, cosa deve fare un artista non per essere un artista, ma per vivere la sua vocazione di essere artista, e questa è solo la base di riflessione da cui costruisce e sviluppa i suoi progetti. Entrare nel suo “studio” è come entrare nel suo pensiero. Alle pareti, sui muri , sul banco alcune sue opere passate, presenti e future come un fluire di pensieri, che accompagnate dal suo spiegare e parlare sembrano muoversi…

A chi non ti conosce, non ha visto neanche una delle tue performance, non conosce le tue sculture, cosa racconteresti di te?
“A volte è difficile separare quello che si è da quello che si fa. È da una vita che ogni mio giorno è speso ad imparare cose nuove per poter essere degno della specie a cui appartengo i Sapiens. Se dovessi farla breve direi il mio nome e che di mestiere faccio lo scultore studiando gli animali e la biodiversità degli ambienti in cui sono invitato a operare.”

Come è stato vivere il lock down? È stato un momento creativo? Distruttivo? Le tue opere risentono dell’anno passato? è cambiato qualcosa nel tuo modo di creare?
“Ho lo studio al pian terreno della casa in cui abito, a parte la costante presenza dell’intera famiglia e l’uso delle mascherine e dei gel, durante il look down le mie abitudini non sono cambiate molto dal normale stile di vita, che già da prima era abbastanza austero. Ovviamente i corsisti non sono più venuti agli incontri e le convocazioni alle Biennali d’arte in Brasile e in Cina sono saltate, a livello economico è stato un periodaccio pesante ma in arte questi periodi difficili si alternano abbastanza spesso e ci sono sempre molte persone pronte a ricordarci che l’essere artisti non è una professione ma uno stile di vita. Quindi come tante persone per molto tempo anch’io sono stato spettatore attivo di quello che stava succedendo e a dire la verità in parte ero pronto a vivere qualcosa di particolare. Un ricercatore del CNR che ho conosciuto nel 2017 mentre esponevo a una mostra organizzata da Bellati in collaborazione con ESA e NASA, mi aveva anticipato che nei prossimi anni saremmo stati coinvolti in grandi sconvolgimenti climatici e pandemici. Lui mi diceva che certe cose che la scienza stava annunciando erano così terribilmente atroci che in quanto tali non erano neppure prese in considerazione dalla politica. Sottolineava il fatto che agli uomini di scienza è stato sconsigliato di parlarne pubblicamente, pertanto la palla sarebbe stata bene passarla agli artisti che con le loro opere, i loro film avrebbero divulgato pillole di verità scomode per aiutare la popolazione mondiale ad accettare i cambiamenti sensazionali in corso.

In pochi anni in effetti abbiamo assistito a fenomeni meteo inusuali, dalle bombe d’acqua fino ai venti terribili che hanno spazzato via le piantagioni di abeti in montagna, grandi incendi hanno ridotto in cenere molti polmoni verdi del mondo, abbiamo assistito alla scomparsa dei nostri piccoli ghiacciai alpini e mai come prima di tantissima biodiversità in così poco tempo, e non ultima stiamo vivendo la Pandemia e ne vedremo altre nel corso della vita, il ricercatore diceva che con lo scioglimento delle calotte glaciali avremo conosciuto virus e batteri alieni ai nostri sistemi immunitari moderni.

Mi chiedi se è cambiato il mio modo di creare. Credo che il modo di fare arte sia in costante evoluzione ma già da molti anni più che costruire opere di denuncia ambientale ho scelto di lavorare sulla divulgazione delle Buone Pratiche che hanno un impatto benefico nel business umano senza contaminare la Natura. In un territorio con molta Biodiversità vive bene anche l’uomo. La sua stessa salute dipende dall’acqua e dall’aria pulita e tutto dipende dalla vegetazione: le piante chiamano l’umidità, fermano e depurano l’acqua e l’aria. Sono le piante a determinare il tipo di presenza animale in certo posto.”

Preferisci l’Alberto scultore, il performer, il libero pensatore…
“Credo che uno sia parte dell’altro, ormai l’arte è multidisciplinare. L’artista si muove su una circonferenza che focalizza dei campi di interesse particolari e li mette in stretta comunicazione fra loro. Libero pensatore! questa definizione mi fa molto piacere. Non è stato facile liberarsi dei molti preconcetti inculcati dagli adulti e dalla società in cui sono cresciuto e diventare una specie di virus per poter intaccare pian piano alcune delle certezze vetuste di ambienti socio culturali chiusi in sé stessi. La ricerca della verità ha sempre molte facce: un libero pensatore può scandagliare il pensiero diverso, cercare delle relazioni, delle connessioni particolari col pensiero del proprio tempo e se occorre può ammettere anche di aver pensato male. Nella società contemporanea non è facile discernere ciò che è reale da ciò che non lo è.”


Cos’è che ti piace di più delle tue opere sia materiali che performative?
“Mi piace che esse derivino da anni di formazione, di ricerca, di studio. Mi piace che esse mi diano la possibilità di relazionarmi con esperti del mondo della natura, con esperti di fauna che mai avrei pensato di poter conoscere dal vivo e con belle persone, per esempio nell’ultima Biennale in Brasile ho iniziato a collaborare con il popolo Kaingang delle foreste del Paranà. Mi piace che non siano solo opere fini a sé stesse ma possano servire anche alla divulgazione scientifica di determinati concetti importanti per la conservazione.”

Perché l’arte è importante?
“Ogni artista è espressione del tempo in cui vive. L’arte da sapore al tempo, fornisce un volto alla storia, riveste di fisicità il pensiero umano. L’artista è come una spugna, assorbe e rilascia a livello cosciente la propria razionalità emotiva in prodotti definiti. In questo periodo se si guardano i profili social con attenzione si vede quante persone si presentano attraverso i propri talenti artistici, quindi sì, l’arte è importante!”

Qual è la tua opera, la tua iniziativa, la tua performance di cui sei più fiero?
“D’istinto ti risponderei che sarò fiero della prossima! Ogni lavoro nuovo richiede la completa dedizione! Ma vado molto fiero della performance Camminare coi lupi, che mi ha permesso di collaborare con il MUSE Museo delle Scienze e con il Life Wolfalps, l’organismo internazionale di monitoraggio del ritorno del lupo nell’arco alpino e sottolineo ritorno e non rilascio. Sono stati tre giorni di camminata nella neve da Cortina d’Ampezzo a Bolzano. Facevo una media di 50 Km al giorno con una scultura di una lupa in spalla. E’ il primo progetto che mi ha permesso la pubblicazione di un libro: un ibrido tra catalogo d’arte e diario di viaggio. Un altro progetto è Le Voci nel Fiume, l’attraversamento in Kayak del fiume Bacchiglione dalle risorgive di Dueville alla Laguna di Venezia. È un progetto che inizialmente doveva svolgersi nell’arco di una settimana e invece fin da subito il fiume ci ha rallentati e la lentezza è diventata il pretesto per la realizzazione di molte altre azioni a tappe, che richiederanno anni di sforzi e di studi. Ma questo ci permetterà di poter monitorare lo stato di salute dell’acqua del nostro territorio e di poter collaborare a livello istituzionale con la Provincia, la Regione e con alcuni Comuni. Molte delle cose scritte per il progetto sono diventate materiale per la presentazione di Bandi Ambientali Europei e grazie al progetto ho potuto compiere alcune semine di pesci autoctoni nei nostri fiumi e contribuire a far conoscere l’importanza delle scale di risalita di cui dovrebbe disporre ogni dislivello dei nostri fiumi.”

La tua arte è una risposta a un tuo bisogno di comunicare o è la concretizzazione del tuo pensiero? Mi spiego meglio, è un bisogno di esprimere qualcosa o la convinzione che ci sia qualcosa di importante da esprimere?
“Credo che nel mio lavoro ci sia la volontà e l’esigenza di comunicare quanto imparo di importante su temi a me cari. Poter diventare veicolo di informazioni utili all’evoluzione credo sia una responsabilità etica che dovrebbe assumersi ogni adulto. Quello che verrà lasciato alle generazioni future ora è sotto la responsabilità della nostra generazione di ultraquarantenni: non c’è più tempo da perdere gli adulti ora siamo noi.”


La scultura è più gioia o dolore?
“Credo che ogni cosa terrestre sia sottoposta alla legge della luce e dell’ombra. L’importante è trovare un equilibrio tra le due parti.”

Se non avessi fatto lo scultore probabilmente saresti una guardia forestale raccontano le cronache, cosa ti ha fatto scegliere l’arte?
“Direi il caso. La mia famiglia non poteva permettersi di pagarmi l’Università quindi mi ha lasciato libero di scegliere la scuola superiore che preferivo. Avrei fatto volentieri agraria ma alle medie mi è mancata una preparazione matematica adeguata quindi ho optato per l’artistico presumendo di entrare in forestale facendo il militare ma sono stato mandato in aeronautica e lì si sono fermate le mie possibilità di entrare in forestale. Per amore di una ragazza ho comunque voluto provare a continuare il mio percorso di studi ed è stato lì che mi sono iscritto all’Accademia di Belle Arti di Venezia ed ho cominciato a viaggiare ed a imparare lingue nuove.”


Le tue opere sono chiaramente ispirate dalla natura, ma anche dalla spiritualità, alcune dall’umanità (ricordo male o una volta proponevi di farti comprare come schiavo?)  è l’ispirazione che ti prende? È un processo che scivola naturalmente o è qualcosa che necessita di uno sforzo?
“Quello a cui ti riferisci è Schiavo Offresi in cui mi sono messo in vendita con un legale Contratto di schiavitù e tempo determinato ma anche Il volto della Gabbia in cui ho rinunciato alla mia immagine durante la Notte dei senza fissa dimora, sono due lavori nati da esperienze di vita. Per vent’anni ho lavorato nel sociale col mondo della salute mentale e delle persone affette da problemi psico fisici. L’ispirazione viene sempre dalle esperienze di vita e dai Maestri che incontri lungo il cammino. La Vita richiede sempre un grande sforzo di presenza a 360 gradi. La stessa organizzazione e progettazione dei progetti artistici richiede grandi fatiche e grandi sacrifici, in particolare con le performance. Bisogna ottenere permessi, cercare finanziamenti, pensare a come divulgare il lavoro, coordinare tecnici, galleristi, giornalisti, richiede concentrazione e un certo grado di leggerezza per riuscire ad andare avanti. Certe cose non verrebbero conosciute senza l’impegno di molte persone. A volte mi viene da ridere quando alcune persone pensano all’artista come ad una persona con la testa per aria, mossa dal vento dell’ispirazione e dai curatori. Ormai l’artista per essere VISTO da Curatori e Galleristi deve far vedere che è capace di Vendere il suo BRAND! Quindi c’è da studiare anche molto marketing per restare credibili vendendo pezzetti d’anima. Poi dopo tutto questo management mi metto ad attraversare uno spazio urbano con una scultura animale in spalla con l’illusione che la sola presenza di un animale selvatico risvegli l’animo dei Guaritori dei cementi che si sono assopiti in città e mi lamento se qualcuno non mi prende sul serio!”


Fare lo scultore è come te lo immaginavi? Cosa cambieresti del tuo percorso artistico?
“Non ho mai previsto che sarei diventato uno scultore. Probabilmente se avessi preso coscienza per tempo che avrei raggiunto certi livelli, mi sarei messo in gioco in maniera diversa. Probabilmente sarei dovuto restare all’estero. Con gli stessi sforzi avrei avuto molte più soddisfazioni. Ne avevo preso atto in Argentina quando ancora preparavo la tesi e ne ho avuto conferma due anni fa con l’accoglienza incredibile che ho avuto alla Biennale in Brasile.

Vicenza è il posto giusto per fare lo scultore?
“Vale il detto Nema profeta in patria. Io ho amato profondamente Vicenza, o meglio l’IDEA di quello che Vicenza era e che potrebbe essere in futuro. Ho sempre pensato che prima di spostarmi in un altro paese avrei dovuto fare qualcosa di costruttivo per la città in cui affondavano le mie radici. Vicenza è la città in cui il Palladio cinquecento anni prima parlava di equilibrio fra architettura e paesaggio ricco di campi, risorgive e boschi, ed è la stessa città che ho visto ingrigirsi nel cemento e riempirsi di rughe d’asfalto ovunque fra capannoni, zone PEP e PFAS. Non potevo lasciare Vicenza per andare a migliorare il Mondo altrove. Mi è sempre stato chiaro che prima di viaggiare bisognava mettere in ordine le cose a casa nostra. Vicenza è tra le prime 5 città più inquinate dell’Europa, l’aria e l’acqua sono veleni e io ci ho fatto nascere mio figlio. Sto provando, come tanti altri adulti a cambiare questo Mondo e Vicenza in sé è solo l’espressione di quello che stanno facendo o non stanno facendo i suoi cittadini. Di certo Fare lo scultore qui non aiuta. Mia nonna mi ha redarguito spesso che se non lavoravo la pietra non ero uno scultore, in un certo senso non ho mai potuto sentirmi arrivato, nemmeno all’inizio del mio percorso, quando ero nel pieno dell’entusiasmo e della speranza. Vicenza è l’espressione di una città di Provincia. C’è molta cultura ma si tenta di smorzare l’entusiasmo a tutte le persone che vogliono metterla in rete. C’è molta invidia e secondo me troppo perbenismo e paura di sbagliare, quindi ciascuno pensa alle cose proprie e da soli o uno contro l’altro, non si costruisce nulla. Lo spirito altruistico degli abitanti della città si vede solo nel momento dei grandi cataclismi ma ancora non capisco perché non si consideri cataclisma anche il PM10 che respiriamo ogni giorno. Il mio sogno era vedere in montagna alcuni pascoli abbandonati trasformarsi in boschi spontanei, vedere il ritorno del cervo e dell’aquila reale. Qualche buon’anima di cacciatore ha immesso i cinghiali e grazie a loro ho visto tornare nei nostri boschi e nelle periferie urbane anche l’orso e il lupo. I miei sogni di bimbo si sono avverati e quindi ora come cittadino del Mondo mi sento libero di spostarmi dove mi inviteranno e già sono fiero di raccontare in giro che a Vicenza, nella mia città di pianura viviamo in una biodiversità straordinaria pur non essendo ancora un Parco.”

Quanto dello scolpire è mestiere, quanto ispirazione e quanto gli stimoli esterni?
“Ci sono persone che fanno yoga un’ora a settimana e stanno bene perché possono muoversi e focalizzare la loro mente su una cosa. Io passo ore ed ore a settimana a muovermi attorno una scultura focalizzando la mia mente sulla figura di un animale o di un progetto che mi piace. Direi che scolpire, come per l’atleta che produce dopamina e serotonina correndo, diventa un’esigenza. La visione Artistica è un filtro che permette di vedere ogni cosa come stimolante e ogni stimolo ispira storie, immagini, simboli. Ma credo che questa deformazione professionale appartenga anche a chi fa qualsiasi lavoro che gli piace.”

Prima della scultura, cosa amavi di più?
“Prima della scultura ho amato profondamente la montagna e l’ho già detto, l’ho vista ripopolarsi di animali che l’hanno fatta scendere in città, quindi ho cominciato a voler bene alla mia città.
Avevo un sacco di passioni: ho sognato di fare l’archeologo e aprendo delle pareti nelle cantine del palazzo in cui abitavo ho scoperto una strada romana che usciva verso il fiume e le vecchie carceri; nelle terre di Benetton in Patagonia mi sono imbattuto nei resti di un focolare preistorico pieno di punte di freccia e teste di roditori. Ho amato fare il giardiniere e ho potuto vincere un concorso trasformando le rotatorie in autogrill per insetti e uccelli usando le nostre essenze vegetali spontanee. Ho potuto lavorare nel sociale, conoscere le storie della gente e addestrare cavalli con loro e chi mi conosce sa quanto mi siano sempre piaciuti i cavalli. Sono una persona fortunata, ho sempre trovato il modo di fare quello che mi piaceva anche se ero stato cresciuto pensando di non potermelo permettere economicamente.
Ho scelto di diventare scultore per ricordarmi di essere concreto e di diventare come l’argilla, capace di plasmarmi nella forma che desideravo. Se fossi rimasto pittore forse non avrei mai realizzato di poter concretizzare qualcosa e non sarei riuscito a trovare una mia identità: mi sarei perso.”

Qual è il tuo progetto più ambizioso?
“Riuscire a fare l’artista essendo marito e padre, non è semplice a volte, altre volte è fondamento essenziale del mio processo creativo, ma ci sto lavorando da tempo. Forse il mio progetto più ambizioso ora è quello di riuscire a trovare i mezzi economici per crescere e poter comprare un po’ di ex capannoni industriali da abbattere. Voglio ripristinare i corridoi faunistici affinché la fauna possa muoversi liberamente tra di noi: lo ha sempre fatto di notte ma in questi anni il traffico automobilistico sta aumentando e non bastano più le sponde dei corsi d’acqua. Voglio costruire ponti e viadotti verdi, voglio far diventare Parco il sistema d’acque, e voglio che nelle scuole elementari e medie si insegni a riconoscere le nostre erbe, le piante e la fauna autoctona che vive nei fiumi, nei campi e nei colli. Voglio che la gente sogni e desideri vedere alcune delle cose che vedo. L’arte concretizza i sogni ed i progetti grazie alla gente che VEDE.”

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